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martedì 8 ottobre 2013

LA ZIA CHILA (tratto da Donne dagli occhi grandi) di Angeles Mastretta

LA ZIA CHILA (tratto da Donne dagli occhi grandi) di Angeles Mastretta

La zia Chila scandalizzò la città abbandonando l’uomo che aveva sposato e con cui aveva vissuto per sette anni. Senza dare spiegazioni a nessuno. Un giorno qualsiasi, la zia Chila prese i suoi quattro figli e li portò a vivere nella casa che con tanto buon senso le aveva lasciato in eredità sua nonna.

Era una gran lavoratrice, e aveva passato tanti anni a rammendare calzini e cucinare fagioli con carne di maiale, che impiantare una fabbrica di abbigliamento all’ingrosso non le costò più fatica di quella a cui era abituata. Arrivò a fornire i due negozi più importanti del paese. Non ammetteva discussioni sul prezzo, e una volta all’anno andava a Roma e a Parigi per cercare nuove idee e liberarsi dalla routine.

La gente non approvava il suo comportamento. Nessuno capiva come avesse potuto lasciare un marito che aveva la bontà dipinta negli occhi. In cosa poteva averla urtata quell’uomo tanto cortese che baciava la mano alle signore e si inchinava premurosamente davanti a qualsiasi persona per bene?

«Il fatto è che è una civetta», dicevano alcuni.
«Irresponsabile», dicevano altri.
«Vanitosa», e strizzavano un occhio.
Ma la zia Chila non perdeva tempo in discussioni, come se non sapesse, come se non si accorgesse che perfino nell’intimità del salone di bellezza c’era chi non riusciva a capire il suo strano comportamento.

Un giorno si trovava proprio nel salone di bellezza, circondata da signore che allungavano le mani per farsi dipingere le unghie, le teste per farsi arricciare i capelli, gli occhi per farsi spazzolare le ciglia, quando entrò il marito di Consuelito Salazar con una pistola in pugno. Si gettò urlando su sua moglie e afferrandola per i capelli la sbatté come il batacchio di una campana, tra insulti e dichiarazioni di gelosia, accuse di infamia e maledizioni per tutti i suoi parenti acquisiti, il tutto con una ferocia tale che le tranquille signore corsero a nascondersi dietro i caschi lasciando sola Consuelito, che piangeva atterrita con un filo di voce, in balìa della furia di suo marito.

Fu allora che la zia Chila uscì dal suo angolo, agitando le unghie appena pitturate.

«Sparisca di qui!», intimò all’uomo, affrontandolo come se per tutta la vita non avesse fatto altro che disarmare pistoleros nelle taverne. «Non spaventa nessuno con i suoi urli. Vigliacco, figlio di puttana. Siamo stufe. Non abbiamo più paura. Mi dia la pistola se è un uomo. Che uomo coraggioso! Se ha qualcosa in sospeso con la sua signora si rivolga a me, che sono la sua rappresentante. È geloso? E di chi sarebbe geloso? Dei tre bambini che Consuelo passa la vita a contemplare? Dei venti tegami tra cui vive? Dei suoi ferri da calza, della sua vestaglia da casa? Povera Consuelito, che non vede al di là del proprio naso, che cerca di dare un senso alla sua idiozia; proprio a lei viene a fare una piazzata qui, dove pensa che tutte ci mettiamo a strillare come conigli spaventati. Nemmeno per sogno, vada a fare le sue scenate altrove. Fuori di qui: sciò!», disse la zia Chila, agitando le mani e avvicinandosi all’uomo, che era diventato viola dalla rabbia e che, ormai senza pistola, stava per scatenare nel salone un attacco di ilarità. «A mai più rivederci, signore», lo finì la zia Chila. «E se ha bisogno di comprensione, vada da mio marito. Con un po’ di fortuna magari riesce anche lei a farsi compatire da tutta la città».

Lo condusse fino all’uscita a spintoni e dopo averlo gettato sul marciapiede, chiuse la porta a tripla mandata.

«Figli di buona donna», sentirono dire, quasi tra sé e sé, alla zia Chila.
Un applauso l’accolse al suo ritorno, e Chila fece una profonda riverenza.

«Finalmente l’ho detto», mormorò poi.

«Così è successo anche a te», disse Consuelito.

«Una volta», rispose Chila, con un gesto di vergogna.

Dal salone di Inesita la notizia si sparse rapida e generosa come il profumo del pane. E nessuno parlò più male della zia Chila Huerta, perché ci fu sempre qualcuno, o un’amica di un’amica di qualcuno che quella mattina si trovava nel salone di bellezza, pronto a impedirlo.

(f.g)

martedì 17 settembre 2013

LA ZIA VALERIA di Ángeles Mastretta (Donne dagli occhi grandi)

LA ZIA VALERIA di Ángeles Mastretta (Donne dagli occhi grandi)

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Ci fu una nostra zia, fedele come nessun’altra donna. Almeno così dicono tutti quelli che la conobbero. Mai si vide a Puebla donna più innamorata o più sollecita della sempre raggiante zia Valeria.
Faceva la spesa al mercato della Victoria. Raccontano le vecchie venditrici che perfino dal modo con cui sceglieva le verdure traspariva la sua pace. Le toccava piano, sentiva sotto le dita la lucentezza della buccia e le lasciava cadere sulla bilancia.
Poi, mentre gliele pesavano, buttava indietro la testa e sospirava, come chi ha appena assolto un compito affascinante.
Alcune sue amiche la credevano un po’ matta. Non capivano il suo modo di affrontare la vita, sempre soddisfatta, sempre a parlare bene di suo marito. Diceva di adorarlo persino nella massima confidenza, quando conversavano come con se stesse nell’angolo di un giardino o nell’atrio della chiesa.
Suo marito era un uomo del tutto ordinario, con i suoi imprescindibili attacchi di malumore, con il suo necessario disprezzo per il pranzo, con la sua ingrata certezza che la migliore ora di amare fosse quella che faceva comodo a lui, con le sue euforie mattutine e le sue assenze notturne, con le sue perfette teorie sull’educazione dei figli e la prudentissima distanza che manteneva da loro. Un marito come tutti gli altri. Per questo sembrava assurda la condizione di perpetua innamorata che sprizzava dagli occhi e dal sorriso della zia Valeria.
«Ma come fai?», le chiese un giorno sua cugina Gertrudis, famosa perché ogni settimana cambiava attività, mettendo in tutte la stessa passione sfrenata che i grandi uomini dedicano a un unico compito. Gertrudis era capace di fare cinque maglioni in tre giorni, montare a cavallo per ore e ore, preparare torte per tutte le feste di beneficenza, prendere lezioni di pittura, ballare il flamenco, cantare canzoni popolari, invitare settanta persone a pranzo la domenica e innamorarsi con assoluta naturalezza di tre signori diversi il lunedì.
«Come faccio cosa?», domandò la serafica zia Valeria.
«A non annoiarti mai», rispose la cugina Gertrudis, mentre infilava l’ago e iniziava a ricamare una delle trecento tovaglie a punto croce da lasciare in eredità alle figlie. «A volte penso che tu abbia un amante segreto pieno di audacia».
La zia Valeria si mise a ridere. Dicono avesse una risata argentina e aperta che suscitava l’invidia di molti.
«Ne ho uno diverso ogni notte», rispose quando smise di ridere.
«Come se si sapesse dove andare a prenderli!», disse la cugina Gertrudis, seguendo ipnotizzata il movimento dell’ago.
«Io lo so», rispose la zia Valeria incrociando le morbide mani in grembo.
«In questa città di quattro gatti dove si conoscono tutti?», disse la cugina Gertrudis facendo un nodo.
«Nella mia testa», affermò l’altra, gettandola all’indietro in quel gesto così suo che solo in quell’istante la cugina vi scoprì qualcosa di più che una strana abitudine.
«Basta chiudere gli occhi», disse, senza aprirli, «e trasformi tuo marito in chi preferisci: Pedro Armendáriz o Humphrey Bogart, Manolete o il governatore, il marito della tua migliore amica o il migliore amico di tuo marito, il venditore di zucchine o il patrono milionario di un ospizio per vecchi. In chi desideri, per desiderarlo ogni volta in modo diverso. E non ti annoi mai. L’unico rischio è che alla fine si notino le nubi sul viso. Ma questo è facile evitarlo, perché le scacci con la mano e torni a baciare tuo marito che di sicuro ti ama come se fossi Ninón Sevilla o Greta Garbo, María Victoria o l’adolescente che sta sbocciando nella casa accanto. Baci tuo marito, poi vai al mercato o ad accompagnare i bambini a scuola. Baci tuo marito, ti rannicchi contro il suo corpo nelle notti di tempesta e continui a sognare...
Raccontano che così abbia sempre fatto la zia Valeria, e che per questo visse felice per molti anni. Quel che è certo è che morì mentre dormiva con la testa gettata all’indietro e un autografo di Agustín Lara sotto il cuscino.

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