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giovedì 19 marzo 2015

piove... di GABRIELE D'ANNUNZIO

GABRIELE D'ANNUNZIO


DA19.03


E piove su le tue ciglia,
Ermione.
Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere.


 

venerdì 16 gennaio 2015

LA PAZZIA SI VEDE SUBITO Erasmo da Rotterdam dall'Elogio della follia

LA PAZZIA SI VEDE SUBITO Erasmo da Rotterdam


dall'Elogio della follia


136a


Sono come mi vedete , quell’autentica dispensatrice di beni che i Latini chiamano Stulticia e i Greci Morìa.
Che bisogno c’era di dirvi tutto questo, come se il mio volto non bastasse, come dice la gente, a mostrare chi sono? come se, pretendendo qualcuno ch’io sia Minerva o Sofia, non bastasse a smentirlo il mio sguardo, che, senza bisogno di parole, è lo specchio più schietto dell’animo. Da me è lontano ogni trucco; non simulo in volto una cosa, mentre ne ho un’altra nel cuore. Sotto ogni rispetto sono a tal punto inconfondibile, che non possono tenermi nascosta nemmeno quelli che si arrogano la maschera e il titolo della Saggezza, e se ne vanno in giro come scimmie ammantate di porpora o come asini vestiti della pelle del leone.

 

lunedì 22 dicembre 2014

Fernando Pessoa da IL POETA È UN FINGITORE

Brani scelti da  IL POETA È UN FINGITORE di Fernando Pessoa 


54


17.
Dal mio quarto piano sull'infinito, nella plausibile intimità della
sera che sopraggiunge, a una finestra che dà sull'inizio delle
stelle, i miei sogni si muovono con l'accordo di un ritmo, con una
distanza rivolta verso viaggi a paesi ignoti, o ipotetici, o
semplicemente impossibili.


55


13.
Furono dati sulla mia bocca i baci di tutti gli
appuntamenti,
sventolarono sul mio cuore i fazzoletti di tutti gli
addii...


56


46.
Ho creato in me varie personalità. Creo personalità costantemente.
Ogni sogno mio, appena che appare sognato, si incarna in un'altra
persona che possa sognarlo, ma non io.


 

lunedì 10 novembre 2014

Da IL MERCANTE DI LUCE di Roberto Vecchioni

Da IL MERCANTE DI LUCE di Roberto Vecchioni

vecchioni_10.11.14

Piú lo guardava e piú non riusciva a immaginarselo diverso, lui con quel capo ciondolante, con quegli occhi fanatici, solitari fanali in un viso scolpito da un ceramista ubriaco e incompreso, lui con quelle braccia, lente ali, lui che non era gli altri e sorrideva con una forza dieci volte piú sorprendente, si commuoveva di lacrime faticose, pronto a nascondersi dietro un pensiero e a saltarne fuori come se niente fosse gridando: «Eccomi, sono qui».
C’era poco tempo. Tutti e due lo sapevano.
Doveva lasciargli un dono, il piú grande possibile, oltre la felicità o l’infelicità, l’amore e il disamore, il destino o Dio, la casualità inspiegabile di nascere e morire, oltre, oltre tutto questo che è un frullar d’ali in una melodia alta, piú alta, immensa, che ci portiamo dentro al di là dei margini del tempo dato. E il dono è l’orgoglio di essere uomini e di vivere in questa rivelazione; perché non importa quanto si vive, ma con quanta luce dentro, senza rimpiangere e senza piangere.

Da IL MERCANTE DI LUCE di Roberto Vecchioni (Saffo)

Da IL MERCANTE DI LUCE di Roberto Vecchioni (Saffo)
Sir Lawrence Alma-Tadema (1888)_010506-lawrence-alma-tadema_10.11.14
[…] nel petto il cuore ha un sussulto,
ti lancio un’occhiata
brevissima, e non so piú
modulare parole,
mi s’imbroglia la lingua
e tace, sottile un fuoco
corre sotto la pelle, gli occhi
non vedono, rimbombano
le orecchie, sudo freddo, un tremito
totale mi prende,
pallida, verde piú dell’erba.
A tu per tu con qualcosa
che è simile a morire.


È di Saffo, lo sai, ed è la piú grande lirica di addio di tutti i tempi, il film muto, lo stordimento fisico piú fedele alla propria inadeguatezza davanti alla fine.



mercoledì 8 ottobre 2014

Nietzsche

Nietzsche



Potrei credere solo a un dio che sapesse danzare . E quando ho visto il mio demonio , l' ho sempre trovato serio , radicale , profondo , solenne : era lo spirito di gravità , grazie a lui tutte le cose cadono . Non con la collera , col riso si uccide . Orsù , uccidiamo lo spirito di gravità . Ho imparato ad andare : da quel momento mi lascio correre . Ho imparato a volare : da quel momento non voglio più essere urtato per smuovermi . Adesso sono lieve , adesso io volo , adesso vedo al di sotto di me , adesso é un dio a danzare , se io danzo .
( Nietzsche , Così parlò Zarathustra )

Ph.: Dariusz Klimczak

(f.g)

mercoledì 17 settembre 2014

VARIAZIONI A TEMA di vari autori



urlocomb


VARIAZIONI A TEMA (Vibrazioni sonore)
Johannesevangelium_(Papyrus_66)
Il principio era il Verbo. Il principio del tempo era il verbo. Il principio dello spazio era il verbo. Tutto esisteva, ed esiste, perché esisteva il Verbo, ed il Verbo era posto oltre a Dio, ma presso Dio. Il Verbo era distinto da Dio, ma era presso Dio, essendo la sua coimmagine. Il Verbo è il movimento, la prima e superiore separazione, da cui ogni dualismo discende.
31271345688926474

VARIAZIONI A TEMA di vari autori



urlocomb


VARIAZIONI A TEMA (Vibrazioni sonore)
Johannesevangelium_(Papyrus_66)
Il principio era il Verbo. Il principio del tempo era il verbo. Il principio dello spazio era il verbo. Tutto esisteva, ed esiste, perché esisteva il Verbo, ed il Verbo era posto oltre a Dio, ma presso Dio. Il Verbo era distinto da Dio, ma era presso Dio, essendo la sua coimmagine. Il Verbo è il movimento, la prima e superiore separazione, da cui ogni dualismo discende.
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______ Giovanni (interpretazione)


Il Verbo inteso come Parola e quindi, a mio avviso, il Verbo come suono, vibrazione:
il principio del tempo era vibrazione. La vibrazione era posta oltre Dio, ma era presso Dio! Allora Dio è vibrazione e nel ritmo creativo ogni cosa preesisteva.
Si può affermare che tutto il creato è un ritmo musicale dove ogni cosa trova il suo principio e la sua fine. Ma il suono si può mettere in relazione con una formula matematica, di conseguenza l'atto creativo e Dio stesso potrebbero essere espressi in una serie di formule matematiche. Qualcuno troverà queste affermazioni molto discutibili, io le trovo soddisfacenti, almeno per me!
Ma a prescindere da questo, quello che mi preme di più è far notare lo stretto rapporto che esiste fra il suono e tutte le creature animali, uomo compreso. Quando qualcosa ci opprime, come ad esempio un dolore lacerante o qualcosa ci illumina di gioia , spesso affidiamo ad un suono, che sia un lamento o un urlo incontenibile il compito di esprimere questi sentimenti, come a voler ricercare il Verbo primigenio!(f.g)


______ L' ululato di Franco Guglielmino
luèp
ho girato per boschi
a caccia di prede
ma un chiarore diffuso
attraverso le fronde
dei larici vestiti d'autunno
fa fuggire un volpe
che inseguivo da quando
il sole è scomparso
inghiottito dai monti ed è un via vai di conigli
selvatici e ricci e quel
gufo mi guarda negli occhi
quasi a dirmi ti ho vistoe solo adesso mi accorgo
della mia ombra
fra le foglie ingiallite

è lei la mia nemica
in questa limpida notte
è lei che solca il cielo
come una palla di luce

una corsa veloce e
raggiungo la radura e nel
petto il mio cuore si spezza,
ma lei mi aspettava
vestita soltanto di bianco

e la notte tradita si era
nascosta abbagliata dalle
sue candide vesti
quando un mio possente
ululato
lacera la quiete notturna
e fa tremare ogni cosa

una nuvola di passaggio
si ferma ad ascoltarmi
ed ammanta la Luna di
oscure ombre ed il buio
finalmente riprende possesso
del suo regno di ombre

forse farò ancora in tempo
a sfamare i miei cuccioli
prima che essi stessi
diventino prede...

(f.g)
ginsberg
______ L'URLO di ALLEN GINSBERG 

URLO
(a Carl Solomon)

Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche,

trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa,

hipsters dal capo d’angelo ardenti per l’antico contatto celeste con la dinamo stellata nel macchinario della notte,

che in miseria e stracci e occhi infossati stavano su partiti a fumare nel buio soprannaturale di soffitte a acqua fredda fluttuando sulle cime delle città contemplando jazz,

che mostravano il cervello al Cielo sotto la Elevated e vedevano angeli Maomettani illuminati barcollanti su tetti di casermette

che passavano per le università con freddi occhi radiosi allucinati di Arkansas e tragedie blakiane fra gli eruditi della guerra,

che venivano espulsi dalle accademie come pazzi & per aver pubblicato odi oscene sulle finestre del teschio,

che si accucciavano in mutande in stanze non sbarbate, bruciando denaro nella spazzatura e ascoltando il Terrore attraverso il muro,

che erano arrestati nelle loro barbe pubiche ritornando da Laredo con una cintura di marijuana per New York,

che mangiavano fuoco in alberghi vernice o bevevano trementina nella Paradise Alley, morte, o notte dopo notte si purgatoratizzavano il torso

con sogni, droghe, incubi di risveglio, alcool e uccello e sbronze a non finire,

incomparabili strade cieche di nebbia tremante e folgore mentale in balzi verso i poli di Canada & Paterson, illuminando tutto il mondo immobile del Tempo in mezzo,

solidità Peyota di corridoi, albe cimiteri alberi verdi retro cortili, sbronze di vino sopra i tetti, rioni di botteghe in gioiose corse drogate neon balenio di semafori, vibrazioni di sole e luna e alberi nei rombanti crepuscoli invernali di Brooklyn, fracasso di pattumiere e dolce regale luce della mente,

che si incatenavano ai subways in corse interminabili dal Battery al santo Bronx pieni di simpamina finché lo strepito di ruote e bambini li faceva scendere tremanti a bocca pesta e scassati stremati nella mente svuotata di fantasia nella luce desolata dello Zoo,

che affondavano tutta la notte nella luce sottomarina di Bickford fluttuavano fuori e passavano un pomeriggio di birra svanita nel desolato Fugazzi ascoltando lo spacco del destino al jukebox all’idrogeno,

che parlavano settanta ore di seguito dal parco alla stanza al bar a Bellevue9 al museo al ponte di Brooklyn,

schiera perduta di conversatori platonici precipiti dai

gradini d’ingresso dalle scale di sicurezza dai

davanzali dall’Empire State giù dalla luna, farfugliando strillando vomitando sussurrando fatti

e ricordi e aneddoti e sensazioni ottiche e shocks

di ospedali e carceri e guerre, intieri intelletti rigurgitati in un richiamo totale per

sette giorni e notti con occhi brillanti, carne

da Sinagoga sbattuta per terra, che svanivano nel nulla Zen New Jersey lasciando

una scia di ambigue cartoline del Municipio di

Atlantic City, straziati da sudori Orientali e scricchiolii d’ossa

Tangerini e emicranie Cinesi nel rientro dalla streppa in una squallida stanza mobiliata di

Newark23, che giravano e giravano a mezzanotte tra i binari

morti chiedendosi dove andare, e andavano, senza lasciare cuori spezzati, che accendevano sigarette in carri merci carri merci

carri merci strepitanti nella neve verso fattorie

solitàrie nella notte dei nonni, che studiavano Piotino Poe Sangiovanni della Croce

telepatia e cabala del bop perché il cosmos

vibrava istintivamente ai loro piedi nel Kansas, che stavano soli per le strade dello Idaho in cerca di

visionari angeli indiani che erano visionari angeli

indiani, che credevano di essere soltanto matti quando Baltimore luccicava in un’estasi soprannaturale, che sobbalzavano in limousine col Cinese dell’ OkIaho-

ma sotto l’impulso di inverno mezzanotte luce

stradale provincia pioggia,

che indugiavano affamati e soli a Houston in cerca di jazz o sesso o minestra, e seguivano il brillante Spagnolo per chiacchierare sull’America e l’Eternità, causa persa, e cosi si imbarcavano per l’Africa,

che scomparivano nei vulcani del Messico non lasciando che l’ombra dei jeans e la lava e ceneri di poesia sparse nella Chicago caminetto,

che riapparivano sulla West Coast indagando sul f.b.i. barbuti e in calzoncini con grandi occhi pacifisti sexy nella pelle scura distribuendo volantini incomprensibili,

che si bucavano le braccia con sigarette protestando contro la nebbia di tabacco narcotico del Capitalismo,

che diffondevano manifesti Supercomunisti in Union Square piangendo e spogliandosi mentre le sirene di Los Alamos li zittivano col loro grido, e gridavano giù per Wall e anche il ferry di Staten Island gridava,

che crollavano piangendo in palestre bianche nudi e tremanti davanti al macchinario di altri scheletri,

che mordevano i poliziotti nel collo e strillavano di felicità nelle camionette per non aver commesso altro delitto che la loro intossicazione e pederastia pazza tra amici,

che urlavano in ginocchio nel subway e venivano trascinati dal tetto sventolando genitali e manoscritti,

che si lasciavano inculare da motociclisti beati, e strillavano di gioia,

che si scambiavano pompini con quei serafini umani, i marinai, carezze di amore Atlantico e Caribbeo,

che scopavano la mattina la sera in giardini di rose e sull’erba di parchi pubblici e cimiteri spargendo il loro seme liberamente su chiunque venisse,

che gli veniva un singhiozzo interminabile cercando di ridacchiare ma finivano con un singhiozzo dietro un tramezzo dei Bagni Turchi quando l’angelo biondo & nudo veniva a trafiggerli con una spada,

che perdevano i loro ragazzi d’amore per le tre vecchie streghe del fato la strega guercia del dollaro eterosessuale la strega guercia che strizza l’occhio dal grembo e la strega guercia che sta li piantata sul culo a spezzare i fili d’oro intellettuali del telaio artigianale,

che copulavano estatici e insaziati con una bottiglia di birra un amante un pacchetto di sigarette una candela e cadevano dal letto, e continuavano sul pavimento e giù per il corridoio e finivano svenuti contro il muro con una visione di fica suprema e sperma eludendo l’ultima sbora della coscienza,

che addolcivano le fiche di milioni di ragazze tremanti al tramonto, e avevano gli occhi rossi la mattina ma pronti ad addolcire la fica dell’alba, natiche lampeggianti sotto i granai e nude nel lago,

che andavano a puttane nel Colorado in miriadi di macchine notturne rubate, N.C., eroe segreto di queste poesie, mandrillo e Adone di Denver — gioia alla memoria delle sue innumerevoli scopate di ragazze in terreni abbandonati & retrocortili di ristoranti per camionisti, in poltrone traili

ballanti di vecchi cinema, su cime di montagna in caverne o con cameriere secche in strade familiari sottane solitarie alzate & solipsismi particolarmente segreti nei cessi dei distributori di benzina, & magari nei vicoli intorno a casa,

che dissolvevano in grandi cinema luridi, si spostavano in sogno, si svegliavano su una Manhattan improvvisa, e si tiravano su da incubi di cantine ubriachi di Tokay spietato e da orrori di sogni di ferro della Terza Strada & inciampavano verso l’Ufficio Assistenza,

che camminavano tutta la notte con le scarpe piene di sangue su moli coperti di neve aspettando che una porta sullo East River si aprisse su una stanza piena di vapore caldo e di oppio,

che creavano grandi drammi suicidi in appartamenti a picco sullo Hudson sotto azzurri fasci antiaerei di luce lunare & le loro teste saranno incoronate di alloro nell’oblio,

che mangiavano stufato d’agnello dell’immaginazione o ingoiavano rospi nel fondo fangoso dei fiumi di Bowery,

che piangevano sulle strade romantiche coi carretti pieni di cipolle e musica scassata,

che sedevano in casse respirando al buio sotto il ponte, e si alzavano per fare clavicembali nelle loro soffitte,

che tossivano al sesto piano di Harlem incoronati di fiamme sotto il cielo tubercolare circondati da teologia in cassette da frutta,

che scarabocchiavano tutta la notte in un rock and roll su incantesimi da soffitta destinati a diventare nella mattina giallastra strofe di assurdo,

che cuocevano animali marci polmoni cuori code zampe borsht & tortillas sognando il puro reame vegetale,

che si buttavano sotto furgoni di carne in cerca di un uovo, .

che buttavano orologi dal tetto per gettare il loro voto all’Eternità fuori del Tempo, & per un decennio dopo le sveglie cadevano ogni giorno sul loro capo,

che si tagliavano i polsi tre volte di seguito senza seguito, rinunciavano ed erano costretti ad aprire negozi di antiquariato dove credevano di invecchiare e piangevano,

che venivano arsi vivi nei loro innocenti vestiti di flanella sulla Madison Avenue tra esplosioni di versi di piombo e il frastuono artificiale dei ferrei reggimenti della moda & gli strilli alla nitroglicerina dei finocchi della pubblicità & l’iprite di sinistri redattori intelligenti, o venivano investiti dai taxi ubriachi della Realtà Assoluta,

che si buttavano dal ponte di Brookiyn questo è successo davvero e se ne andavano sconosciuti e dimenticati tra la foschia spettrale di Chinatown minestra vicoli & autopompe, neanche una birra gratis,

che cantavano disperati dalle finestre, cadevano dal finestrino del subway, si buttavano nello sporco Passaic, saltavano su negri, piangevano lungo tutta la strada, ballavano scalzi su bicchieri rotti spaccavano nostalgici dischi Europei di jazz tedesco del ‘30 finivano il whisky e vomitavano rantolando nel cesso insanguinato, nelle loro orecchie gemiti e l’esplosione di colossali sirene,

che rotolavano giù per le autostrade del passato andando l’un l’altro verso l’hotrod-Golgotha di veglia solitudine-prigione o l’incarnazione del jazz di Birmingham,

che guidavano est – ovest settantadue ore per sapere se io avevo una visione o tu avevi una visione o lui aveva una visione per scoprire l’Eternità,

che andavano a Denver, che morivano a Denver, che ritornavano a Denver & aspettavano invano, che vegliavano a Denver & meditavano senza compagni a Denver e infine se ne andavano per scoprire il Tempo, & ora Denver ha nostalgia dei suoi eroi,

che cadevano in ginocchio in cattedrali senza speranze pregando per l’un l’altro salvezza e luce e seni, finché l’anima si illuminava i capelli per un attimo,

che si sfondavano il cervello in prigione aspettando criminali impossibili dalla testa bionda e il fascino della realtà nei loro cuori che cantavano dolci blues a Alcatraz,

che si ritiravano in Messico per conservarsi alla droga, o a Rocky Mount per il tenero Buddha o a Tangeri a ragazzini o alla Southern Pacific per la locomotiva nera o a Harvard o a Narciso o a Woodlawn alle orge o la fossa,

che chiedevano prove di infermità mentale accusando la radio di ipnotismo & venivano lasciati con la loro pazzia & le loro mani &. una giuria incerta,

che al ccny buttavano patate in insalata ai conferenzieri sul Dadaismo e poi si presentavano sui gradini di pietra del manicomio con teste rapate e discorsi arlecchineschi di suicidio, chiedendo un’immediata lobotomia,

e invece venivano sottoposti al vuoto concreto o insulina metrasol elettricità idroterapia psicoterapia terapia educativa ping pong e amnesia,

che in malinconica protesta rovesciavano un unico simbolico tavolo da ping pong, riposando un poco in catatonia,

ritornando anni dopo proprio calvi eccetto una parrucca di sangue, e lacrime e dita, al visibile destino da pazzo delle corsie delle città-manico-mio dell’Est,

fetidi corridoi di Pilgrim State Rockland e Greystone, litigando con gli echi dell’anima, rockrollando nella mezzanotte solitudine-panca dolmen-rea-mi dell’amore, sogno della vita un incubo, corpi ridotti pietra pesanti come la luna,

con mamma finalmente …, e l’ultimo libro fantastico scaraventato dalla finestra, e l’ultima porta chiusa alle 4 del mattino e l’ultimo telefono sbattuto in risposta contro il muro e l’ultima stanza ammobiliata svuotata fino all’ultimo pezzo di mobilia mentale, una rosa di carta gialla attorcigliata su una gruccia di fil di ferro nell’armadio, e perfino essa immaginaria, nient’altro che un pezzetto di speranza nell’allucinazione -

ah, Carl, mentre tu non sei al sicuro io non sono al sicuro, e ora sei davvero nel totale brodo animale” del tempo -

e che dunque correvano per le strade gelate ossessionati da un lampo improvviso dell’alchimia dell’uso dell’ellisse il catalogo il metro & i piani vibranti,

che sognavano e facevano abissi incarnati nel Tempo & lo Spazio mediante immagini contrapposte, e

intrappolavano l’arcangelo dell’anima tra 2 immagini visive e univano i verbi demenziali e sistemavano insieme il sostantivo e il trattino della coscienza sobbalzando alla sensazione del Pater Omnipotens Aeterni Deus

per ricreare la sintassi e la misura della povera prosa umana e fermarvisi di fronte muti e intelligenti e tremanti di vergogna, ripudiati ma con anima confessa per conformarsi al ritmo del pensiero nella sua testa nuda e infinita,

il pazzo vagabondo e angelo battuto nel Tempo, sconosciuto, ma dicendo qui ciò che si potrebbe lasciar da dire nel tempo dopo la morte,

e si alzavano reincarnati nei vestiti spettrali del jazz all’ombra tromba d’oro della banda e suonavano la sofferenza per amore della nuda mente d’America in un urlo di sassofono elai elai lamma lamma sabacthani che faceva tremare le città fino all’ultima radio

col cuore assoluto della poesia della vita macellato dai loro corpi buono da mangiare per mille anni.

ALLEN GINSBERG, Urlo (1955-1956)

______ L'ULULATO ALLA LUNA
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Gli indiani davano una spiegazione ad ogni evento della natura: l'ululare del lupo alla luna trova in questa leggenda una tenera rivelazione...

In una calda notte di luglio di tanto tempo fa un lupo, seduto sulla cima di un monte, ululava a più non posso.
In cielo splendeva una sottile falce di luna che ogni tanto giocava a nascondersi dietro soffici trine di nuvole, o danzava tra esse, armoniosa e lieve.
Gli ululati del lupo erano lunghi, ripetuti, disperati. In breve arrivarono fino all’argentea regina della notte che, alquanto infastidita da tutto quel baccano, gli chiese:
- Cos’hai da urlare tanto? Perché non la smetti almeno per un po’?-
- Ho perso uno dei miei figli, il lupacchiotto più piccolo della mia cucciolata. Sono disperato… aiutami! - rispose il lupo.
La luna, allora, cominciò lentamente a gonfiarsi. E si gonfio, si gonfiò, si gonfiò, fino a diventare una grossa, luminosissima palla.
- Guarda se riesci ora a ritrovare il tuo lupacchiotto - disse, dolcemente partecipe, al lupo in pena.
Il piccolo fu trovato, tremante di freddo e di paura, sull’orlo di un precipizio. Con un gran balzo il padre afferrò il figlio, lo strinse forte forte a sé e, felice ed emozionato, ma non senza aver mille e mille volte ringraziato la luna. Poi sparì tra il folto della vegetazione.
Per premiare la bontà della luna, le fate dei boschi le fecero un bellissimo regalo: ogni trenta giorni può ridiventare tonda, grossa, luminosa, e i cuccioli del mondo intero, alzando nella notte gli occhi al cielo, possono ammirarla in tutto il suo splendore.
I lupi lo sanno… E ululano festosi alla luna piena.
(Leggenda indiana)

(f.g)



giovedì 21 agosto 2014

La gaia scienza (Die fröhliche Wissenschaft) di Friedrich Nietzsche

La gaia scienza (Die fröhliche Wissenschaft) di Friedrich Nietzsche

LIBRO PRIMO - 19 Il male

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Considerate la vita degli uomini e dei popoli migliori e più fecondi e chiedetevi se un albero, che deve crescere superbo nel cielo, può fare ameno del maltempo e degli uragani, se l’ostilità e le resistenze esterne, se qualsiasi sorta di odio e di gelosia, d’ostinatezza, di durezza, d’avidità, di virulenza non costituiscono circostanze favorevoli, senza di cui è impossibile una grande crescita, perfino nella virtù. Il veleno, che uccide i deboli, è un corroborante per i forti, i quali non lo chiamano veleno.

mercoledì 20 agosto 2014

DINO BUZZATI da Il deserto dei tartari

DINO BUZZATI da Il deserto dei tartari

“Il tempo è fuggito tanto velocemente che l’animo non è riuscito ad invecchiare. E per quanto l’orgasmo oscuro delle ore che passano si faccia ogni giorno più grande, Drogo si ostina nella illusione che l’importante sia ancora da incominciare.”

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Ritratto Gilles Deleuze

mercoledì 7 maggio 2014

Davide Raffaldi e Il mago di Oz

Ora so che, se dovrò di nuovo andare in cerca della felicità, non la cercherò più in là della mia stessa casa: perché, se non la trovo lì, vuoi dire che non potrò mai trovarla.

Non c'è posto più bello della propria casa!

Tratto da: Il Mago di Oz "1939"

Una curiosità legata alla simbologia dei personaggi,
Dorothy Gale incontra tre personaggi, uno spaventapasseri, un uomo di latta ed un leone.
Il primo desidera un cervello, il secondo un cuore,
il Leone vuole il coraggio.

La Saggezza della mente
Il Coraggio nell'affrontare le avversità
e la Compassione del cuore

Sono tre principi ritrovabili nella dottrina Buddista.
Coraggio Saggezza Compassione

(d.r.)

martedì 25 giugno 2013

TONINO GUERRA

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Quasi per cent'anni, il profumo della cucina della Peppa si mescolava all'aria della valle ed era il richiamo per incontri di famiglie pennesi o di forestieri golosi che avevano gli occhi pieni di mare.
Quegli odori continueranno anche se la piccola figura che aveva inventato la sostanza di quei miracolosi inviti si è unita alle ombre della sera che calano sul borgo.

-- Tonino Guerra 

...e forse questa sera, al calar delle ombre sul borgo, la Peppa era lì ad attenderlo; forse Tonino era smarrito, frastornato... ma vedendola, deve aver capito e magari le avrà chiesto: cara Peppa, sai cucinare ancora o qui nessuno apprezza i tuoi piatti? 
...e mi piace pensare che, in questo momento, mano nella mano vanno incontro alla notte, sorridendo alle nostre spalle!

ciao, anche se non mi conosci...

franco

venerdì 21 giugno 2013

MARIANNA PAIGE

MARIANNA PAIGE

Non credo di amare tantissime cose, ma eccone un paio tra queste: amo il primo sorso di caffè al mattino, amo leggere le parole degli altri e trovare una connessione tra esse, amo meravigliarmi, amo guidare la notte senza avere una destinazione precisa, amo la gentilezza racchiusa nella tristezza come promemoria del fatto che riesco ancora a “sentire”.

(a.t)

DIEGO DE SILVA

DIEGO DE SILVA

Nella vita vera non posso cancellare, tornare indietro, ripensare a quello che ho detto, correggerlo.
Allora scrivo.
Per prendermi la rivincita sulle parole.
Per raccontare come sarebbe andata se avessi scelto quelle giuste.

(a.t)

domenica 16 giugno 2013

da CUORE DI TENEBRA di Joseph Conrad

da CUORE DI TENEBRA di Joseph Conrad

Una sera, entrando da lui con una candela accesa, trasalii nel sentirgli dire con voce un po' tremolante: "Giaccio qui nella tenebra aspettando la morte." La luce era a due passi dai suoi occhi. Feci uno sforzo per mormorargli: "Non dica sciocchezze!", e rimasi curvo sopra di lui come inchiodato.
Non avevo mai visto, e spero di non rivederlo mai, niente di paragonabile al cambiamento che si era operato sui suoi lineamenti. Oh, non ero impietosito. Ero affascinato. Era come se fosse stato strappato un velo. Su quel volto d'avorio vidi l'espressione di un torvo orgoglio, di un potere spietato, di un terrore codardo, e anche di una disperazione immensa e senza rimedio. Stava rivivendo la sua vita in ogni particolare dei suoi desideri, le tentazioni, le capitolazioni, in quel supremo momento di conoscenza completa? Due volte, con voce bassa, lanciò verso non so quale immagine, quale visione, un grido che non era che un soffio:
"Che orrore! Che orrore!"

(f.g)

Tratto da IL GABBIANO JONATHAN LIVINGSTON di Richard Bach

Tratto da IL GABBIANO JONATHAN LIVINGSTON di Richard Bach

Il paradiso non è mica un luogo. Non si trova nello spazio, e neanche nel tempo. Il paradiso è essere perfetti. Tu sei uno che vola velocissimo vero? Raggiungerai il paradiso, allora, quando avrai raggiunto la velocità perfetta. Il che non significa mille miglia all'ora, né un milione di miglia, e neanche vuol dire volare alla velocità della luce. Perché qualsiasi numero, vedi, è un limite, mentre la perfezione non ha limiti. Velocità perfetta, figlio mio, vuol dire solo esserci, essere là.

(a.t)

venerdì 14 giugno 2013

da LA LUNA BLU di Massimo Bisotti

da LA LUNA BLU di Massimo Bisotti

Due ali della stessa farfalla, due battiti dello stesso cuore, due pezzi della stessa anima, due schegge dello stesso dolore, due in una vita, due in una strada, due in un mare di differenze, sostanze, fragranze. La stessa punta di due lingue distanti quando si parlano, dure, come il gesso a ferire il cuore; vicine quando si baciano, duttili come la creta. I pensieri sospinti dentro arrivano alla carne e dalla carne al sangue e dal sangue all'estasi. È così che ci fece l’amore, in piedi, attaccata al muro, senza coscienza, senza passato, senza domande, modellando il suo corpo fra zampilli scomposti di felicità. La felicità è l’orgasmo dell’anima. Al risveglio Meg si trovò abbracciata a Demian, nel suo letto. Lui dormiva ancora con il volto sereno, il lenzuolo che gli scopriva il petto. Cercò di guardarsi dal di fuori accanto a lui. Avevano le movenze di un’emozione a metà, perché l’altra metà apparteneva a un sogno finito. E questo è forse l’errore centrale di questo viaggio, si disse in silenzio. Ogni cosa ci viene data davvero in relazione a ciò che diamo?

(f.g)

ORIANA FALLACI

ORIANA FALLACI

Non sono una Madonna, e non ho nessuna intenzione di diventarlo. Ho la faccia di una donna qualsiasi e passo per una donna qualsiasi perché mi agito poco. Ma dentro sono molto peggio di una donna qualsiasi. A volte mi chiedo se non sono una donna sbagliata.

(a.t)

giovedì 13 giugno 2013

da UNA SOLA SOLITUDINE di Fernando Pessoa

da UNA SOLA SOLITUDINE di Fernando Pessoa

39.
Mi sento multiplo. Sono come una stanza dagli innumerevoli specchi fantastici che distorcono in riflessi falsi un'unica anteriore realtà che non è in nessuno ed è in tutti.

(f.g)

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