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lunedì 2 marzo 2015

Dalla donna che sono... di GIOCONDA BELLI

GIOCONDA BELLI


anttra


Dalla donna che sono,
mi succede, a volte,
di osservare, nelle altre, la donna che potevo essere;
donne garbate, laboriose, buone mogli,
esempio di virtù,
come mia madre
avrebbe voluto.
Non so perché
tutta la vita
ho trascorso a
ribellarmi a loro.
Odio le loro minacce
sul mio corpo
la colpa che le loro vite
impeccabili,
per strano maleficio
mi ispirano;
mi ribello contro le loro buone azioni,
contro i pianti di nascosto
del marito,
del pudore della sua nudità
sotto la stirata e inamidata biancheria intima.
Queste donne,
tuttavia, mi guardano
dal fondo dei loro specchi;
alzano un dito accusatore
e, a volte, cedo al loro sguardo di biasimo
e vorrei guadagnarmi il consenso universale,
essere “la brava bambina”, essere la “donna decente”,
la Gioconda irreprensibile,
prendere dieci in condotta
dal partito, dallo Stato,
dagli amici,
dalla famiglia, dai figli
e da tutti gli esseri
che popolano abbondantemente
questo mondo.
In questa contraddizione inevitabile tra quel che doveva essere
e quel che è,
ho combattuto numerose
battaglie mortali,
battaglie a morsi, loro contro di me
- loro contro di me che sono me stessa -
con la psiche
dolorante,
scarmigliata,
trasgredendo progetti ancestrali, lacero le donne che vivono in me
che, fin dall’infanzia, mi guardano torvo
perché non riesco nello stampo perfetto dei loro sogni,
perché oso essere quella folle, inattendibile, tenera e vulnerabile
che si innamora come una triste puttana
di cause giuste,
di uomini belli
e di parole giocose
Perché, adulta, ho osato vivere l’infanzia proibita
e ho fatto l’amore sulle scrivanie nelle ore d’ufficio,
ho rotto vincoli inviolabili
e ho osato godere
del corpo sano e sinuoso
di cui i geni di tutti i miei avi mi hanno dotata.
Non incolpo nessuno. Anzi li ringrazio dei doni.
Non mi pento di niente, come disse Edith Piaf:
ma nei pozzi scuri in cui sprofondo al mattino,
appena apro gli occhi,
sento le lacrime che premono,
nonostante la felicità che ho finalmente conquistato,
rompendo cappe e strati di roccia terziaria e quaternaria,
vedo le altre donne che sono in me,
sedute nel vestibolo
che mi guardano con occhi dolenti e mi sento in colpa per la mia felicità.
Assurde brave bambine mi circondano e danzano musiche infantili
contro di me;
contro questa donna fatta, piena,
la donna dal seno sodo
e i fianchi larghi,
che, per mia madre e contro di lei, mi piace essere.


(a.t) *

Dalla donna che sono... di GIOCONDA BELLI

GIOCONDA BELLI


anttra


Dalla donna che sono,
mi succede, a volte,
di osservare, nelle altre, la donna che potevo essere;
donne garbate, laboriose, buone mogli,
esempio di virtù,
come mia madre
avrebbe voluto.
Non so perché
tutta la vita
ho trascorso a
ribellarmi a loro.
Odio le loro minacce
sul mio corpo
la colpa che le loro vite
impeccabili,
per strano maleficio
mi ispirano;
mi ribello contro le loro buone azioni,
contro i pianti di nascosto
del marito,
del pudore della sua nudità
sotto la stirata e inamidata biancheria intima.
Queste donne,
tuttavia, mi guardano
dal fondo dei loro specchi;
alzano un dito accusatore
e, a volte, cedo al loro sguardo di biasimo
e vorrei guadagnarmi il consenso universale,
essere “la brava bambina”, essere la “donna decente”,
la Gioconda irreprensibile,
prendere dieci in condotta
dal partito, dallo Stato,
dagli amici,
dalla famiglia, dai figli
e da tutti gli esseri
che popolano abbondantemente
questo mondo.
In questa contraddizione inevitabile tra quel che doveva essere
e quel che è,
ho combattuto numerose
battaglie mortali,
battaglie a morsi, loro contro di me
- loro contro di me che sono me stessa -
con la psiche
dolorante,
scarmigliata,
trasgredendo progetti ancestrali, lacero le donne che vivono in me
che, fin dall’infanzia, mi guardano torvo
perché non riesco nello stampo perfetto dei loro sogni,
perché oso essere quella folle, inattendibile, tenera e vulnerabile
che si innamora come una triste puttana
di cause giuste,
di uomini belli
e di parole giocose
Perché, adulta, ho osato vivere l’infanzia proibita
e ho fatto l’amore sulle scrivanie nelle ore d’ufficio,
ho rotto vincoli inviolabili
e ho osato godere
del corpo sano e sinuoso
di cui i geni di tutti i miei avi mi hanno dotata.
Non incolpo nessuno. Anzi li ringrazio dei doni.
Non mi pento di niente, come disse Edith Piaf:
ma nei pozzi scuri in cui sprofondo al mattino,
appena apro gli occhi,
sento le lacrime che premono,
nonostante la felicità che ho finalmente conquistato,
rompendo cappe e strati di roccia terziaria e quaternaria,
vedo le altre donne che sono in me,
sedute nel vestibolo
che mi guardano con occhi dolenti e mi sento in colpa per la mia felicità.
Assurde brave bambine mi circondano e danzano musiche infantili
contro di me;
contro questa donna fatta, piena,
la donna dal seno sodo
e i fianchi larghi,
che, per mia madre e contro di lei, mi piace essere.


(a.t) *

giovedì 1 gennaio 2015

Gioconda Belli da L'INFINITO NEL PALMO DELLA MANO

Gioconda Belli da L'INFINITO NEL PALMO DELLA MANO

105

Eva si domandò di cosa fosse fatto quell’essere. La sua pelle era diversa dalla loro, era iridescente ed elastica, coperta di piccole squame come quella dei pesci. Era alto e la sua sagoma esile e sinuosa terminava con gambe e braccia lunghe e flessuose. Sul muso liscio, quasi piatto, spiccavano due occhi a mandorla vispi e dorati e la bocca, una fessura dritta, era fissa in un’espressione di ironica compiacenza e temerarietà. In testa aveva piume bianche al posto dei capelli.

venerdì 14 novembre 2014

Io sono un nome che canta e si innamora di GIOCONDA BELLI

GIOCONDA BELLI


belli_14.11.14

Io sono un nome che canta e si innamora
dall’altro lato della luna,
sono il prolungamento del tuo sorriso e del tuo corpo.
Io sono qualcosa che cresce,
qualcosa che ride e piange.
Io,
quella che ti ama.

lunedì 16 giugno 2014

GIOCONDA BELLI

GIOCONDA BELLI

Io sono arrivata fino a te vestita di pioggia e di ricordi,
ridendo la risata immutabile degli anni.
Io sono l’inesplorata strada,
la chiarezza che rompe la tenebra.
Io metto stelle tra la tua pelle e la mia
e ti percorro completamente,
sentiero dopo sentiero,
scalzando il mio amore,
denudando la mia paura.
Io sono un nome che canta e si innamora
dall’altro lato della luna,
sono il prolungamento del tuo sorriso e del tuo corpo.
Io sono qualcosa che cresce,
qualcosa che ride e piange.
Io,
quella che ti ama.

(a.t)


domenica 15 dicembre 2013

da L'INFINITO NEL PALMO DELLA MANO di Gioconda Belli


da L'INFINITO NEL PALMO DELLA MANO di Gioconda Belli













“Se non avessimo mangiato quel frutto,” disse lei fissandolo negli occhi, “non avrei mai assaggiato un fico o un’ostrica, non avrei visto l’Araba Fenice risorgere dalle sue ceneri, non avrei conosciuto la notte, né avrei saputo cosa significa sentirmi sola quando tu non ci sei; non avrei sentito il mio corpo, gelato anche in mezzo alle fiamme, che si scaldava appena pronunciavi il mio nome e avrei continuato a vederti nudo senza sussultare e non avrei mai saputo come è bello quando scivoli dentro di me come un pesce che inventa il mare.”

(f.g)

venerdì 13 dicembre 2013

INFINITO NEL PALMO DELLA MANO di Gioconda Belli

da L'INFINITO NEL PALMO DELLA MANO di Gioconda Belli



“Se non avessimo mangiato quel frutto,” disse lei fissandolo negli occhi, “non avrei mai assaggiato un fico o un’ostrica, non avrei visto l’Araba Fenice risorgere dalle sue ceneri, non avrei conosciuto la notte, né avrei saputo cosa significa sentirmi sola quando tu non ci sei; non avrei sentito il mio corpo, gelato anche in mezzo alle fiamme, che si scaldava appena pronunciavi il mio nome e avrei continuato a vederti nudo senza sussultare e non avrei mai saputo come è bello quando scivoli dentro di me come un pesce che inventa il mare.”

(f.g)

Art.: Daniela Ventrone - Olio su tela

giovedì 28 novembre 2013

da L'INFINITO NEL PALMO DELLA MANO di Gioconda Belli

da L'INFINITO NEL PALMO DELLA MANO di Gioconda Belli

(Questo è il vero sentimento d'Amore che dovrebbe unire due esseri umani: sentirsi un solo corpo anche se separati. Poco importa se si tratta di un uomo e di una donna, di due donne o di due uomini... se uno dei due pensa dell'altro: "Sei come un albero che mi protegge per non farmi bruciare dal sole”) (f.g)


“Perché credi che Elohim ci abbia separato?”
“Pensava che potessimo esistere come un solo corpo, ma non ha funzionato. Ti ha messo troppo dentro e tu non potevi vedere né sentire. Per questo ha deciso di separarci, di tirarti fuori. E per questo stiamo così bene quando torniamo a essere uno solo.”
“Però pensi che è mia la colpa di tutto quello che è successo, perché io ti ho fatto mangiare il frutto dell’Albero della Conoscenza. Ma tu avresti potuto dire di no!”
“Certo, ma tu ormai l’avevi mangiato e io non avevo scelta. Pensavo che saresti sparita e non volevo restare solo. Se io non avessi mangiato quel frutto e l’Altro ti avesse cacciata dal Giardino sarei venuto a cercarti.”
Gli occhi di Eva si colmarono d’acqua.
“Ero sicura che avresti mangiato quel frutto” disse lei.
“Quel giorno ti ho vista come fosse la prima volta. La tua pelle era così morbida e lucente. E tu mi hai guardato come se all’improvviso ricordassi il punto esatto in cui stavi dentro di me prima che l’Altro ci separasse.”
“Ero impressionata dalle tue gambe, dal tuo torace possente. Desideravo tornare a essere dentro di te. Ti ho sognato. Sei come un albero che mi protegge per non farmi bruciare dal sole.”

venerdì 8 novembre 2013

da L'INFINITO NEL PALMO DELLA MANO di Gioconda Belli

da L'INFINITO NEL PALMO DELLA MANO di Gioconda Belli

(... e dopo che Eva e Adamo si deliziarono con i frutti dell'Albero della Conoscenza... )

Eva posò le narici sul torace di Adamo. Respirò il suo odore. Adamo affondò la mano nei capelli di lei, e anche lui respirò il suo odore.
“È strano,” disse Eva, “mi piacerebbe poter tornare nel tuo corpo, nella costola dalla quale dici che sono venuta. Vorrei che non ci fosse la pelle a separarci.”
Adamo sorrise e la strinse ancora più forte. Anche a lui sarebbe piaciuto, disse sfiorandole la spalla con le labbra. Desiderava mangiarla come fosse il frutto proibito. Eva sorrise. Gli prese la mano e uno dopo l’altro s’infilò in bocca le sue dita, le strinse tra le labbra, le succhiò. La pelle salata di lui conservava ancora il sapore del fico. Adamo la guardava stupito da quel gesto, mentre il calore dolce e umido della bocca di lei gli avvolgeva le dita come un mollusco acquatico. Eva avrà dentro il mare? Il mare sarà stato anche dentro di lui? Cosa poteva essere, altrimenti, l’ondata che sentiva pressare nel basso ventre, che gli saliva per le gambe e gli esplodeva nel petto facendolo sospirare? Quella sensazione era talmente intollerabile che Adamo ritirò la mano e posò la testa nella curva del collo di lei. Eva sollevò il capo e sospirò, e così facendo rovesciò indietro la testa. Lui si accorse che aveva gli occhi chiusi e le accarezzò dolcemente il seno, sorpreso dalla brillantezza, dal colore e dalla consistenza delle piccole areole rosate che tutto a un tratto si erano inturgidite, proprio come il suo pene, che all’improvviso, come guidato da una volontà propria, aveva perso il suo consueto aspetto rilassato per ergersi come un dito sproporzionato che indicava inequivocabilmente il ventre della donna. Lei, con il corpo teso, cedette al desiderio di baciare Adamo dappertutto e di lì a poco, sul pavimento della grotta, erano una sfera di gambe e braccia e mani e bocche che si cercavano tra gemiti e risatine. Si toccarono piano, per scoprire e sorprendersi, poco a poco, di ciò che i loro corpi ora offrivano: le umidità nascoste e le erezioni insolite, l’effetto magnetico delle bocche e le lingue annodate come passaggi segreti dove le onde dell’uno si frangevano sulla spiaggia dell’altro. Per quanto si toccassero non riuscivano a placare il desiderio, e quando ormai erano due focosità bagnate di sudore, Adamo sentì l’irresistibile impulso di piantare in lei il germoglio verticale che si ergeva nel centro del suo corpo, ed Eva, che finalmente aveva compreso, capì che doveva aiutarlo, che la sorprendente appendice comparsa tra le gambe di Adamo voleva entrare in lei. Quando finalmente fu dentro, Adamo ed Eva provarono insieme l’emozione travolgente di tornare a essere un corpo solo e seppero che fino a quando fossero rimasti così non si sarebbero più sentiti soli. Anche se non avessero più potuto parlare e le loro menti si fossero svuotate, avrebbero potuto stare insieme e comunicare senza bisogno di parole. Pensarono che era sicuramente questa la conoscenza di cui parlava il Serpente. Cullandosi l’un l’altro, tornarono al Nulla e i loro corpi, finalmente liberati, si riprodussero per segnare l’inizio del mondo e della Storia.

(f.g)

domenica 27 ottobre 2013

GIOCONDA BELLI


GIOCONDA BELLI 












E Dio mi fece donna, con capelli lunghi, occhi, naso e bocca di donna. Con curve e pieghe e dolci avvallamenti e mi ha scavato dentro, mi ha reso fabbrica di esseri umani. Ha intessuto delicatamente i miei nervi e bilanciato con cura il numero dei miei ormoni. Ha composto il mio sangue e lo ha iniettato in me perché irrigasse tutto il mio corpo; nacquero così le idee, i sogni, l’istinto. Creò il tutto con grandi colpi di fiato scolpendo con amore le mille e una cosa che mi fanno donna ogni giorno e per le quali con orgoglio mi alzo ogni mattina e benedico il mio sesso.

(a.t)

GIOCONDA BELLI

GIOCONDA BELLI

E Dio mi fece donna, con capelli lunghi, occhi, naso e bocca di donna. Con curve e pieghe e dolci avvallamenti e mi ha scavato dentro, mi ha reso fabbrica di esseri umani. Ha intessuto delicatamente i miei nervi e bilanciato con cura il numero dei miei ormoni. Ha composto il mio sangue e lo ha iniettato in me perché irrigasse tutto il mio corpo; nacquero così le idee, i sogni, l’istinto. Creò il tutto con grandi colpi di fiato scolpendo con amore le mille e una cosa che mi fanno donna ogni giorno e per le quali con orgoglio mi alzo ogni mattina e benedico il mio sesso.

(a.t)

mercoledì 3 aprile 2013

Tratto da SCRIVERTI di Gioconda Belli

Tratto da SCRIVERTI di Gioconda Belli

 


 



Scrivere, scriverti, ritrarti. Impregnarti
i capelli di tutte le parole trattenute,
sospese nell'aria, nel tempo.
Definire il mistero,
il momento preciso della scoperta.
L'amore, questa sensazione d'aria compressa dentro il corpo sinuoso,
l'esplosiva felicità che mi fa piangere e mi colora
gli occhi, la pelle, i denti, mentre divento
fiore, edera, castello, poesia, tra le tue mani che mi
accarezzano e mi sfogliano, facendo sorgere parole,
sconvolgendomi tutta, grondante del mio
passato, della mia infanzia, di ricordi felici,
di sogni, di mare che si infrange
contro gli anni, sempre
più bello e più grande,
più grande e più bello.

(a.t)


 

Tratto da SCRIVERTI di Gioconda Belli


Tratto da SCRIVERTI di Gioconda Belli



Scrivere, scriverti, ritrarti. Impregnarti
i capelli di tutte le parole trattenute,
sospese nell'aria, nel tempo.

venerdì 22 marzo 2013

E DIO MI FECE DONNA di Gioconda Belli


E DIO MI FECE DONNA  di Gioconda Belli



E Dio mi fece donna,

con capelli lunghi,

occhi,

naso e bocca di donna.

Con curve

e pieghe

e dolci avvallamenti

e 

mi ha scavato dentro,

mi ha reso fabbrica di esseri umani.

Ha intessuto delicatamente i miei nervi

e bilanciato con cura

il numero dei miei ormoni.

Ha composto il mio sangue

e lo ha iniettato in me

perché irrigasse tutto il mio corpo;

nacquero così le idee,

i sogni,

l’istinto

Tutto quel che ha creato soavemente

a colpi di mantice

e di trapano d’amore,

le mille e una cosa che mi fanno donna

ogni giorno

per cui mi alzo orgogliosa

tutte le mattine

e benedico il mio sesso.

E DIO MI FECE DONNA di Gioconda Belli


E DIO MI FECE DONNA  di Gioconda Belli



E Dio mi fece donna,

con capelli lunghi,

occhi,

naso e bocca di donna.

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