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domenica 26 giugno 2016

Stefano Benni - LA GRAMMATICA DI DIO - BOOMERANG

Stefano Benni  -  LA GRAMMATICA DI DIO
Storie di solitudine e allegria
Feltrinelli



BOOMERANG


Improvvisamente, un giorno, il signor Remo iniziò a odiare il suo cane.
Non era un uomo cattivo. Ma qualcosa si era rotto dentro di lui quando era rimasto vedovo. Aveva perso la moglie e gli era restato il cane, un botolo salcicciometiccio, grasso e nerastro, con orecchioni da pipistrello. Si chiamava Bum, ovvero Boomerang, perché riportava indietro qualsiasi cosa gli tirassero, con prontezza e perseveranza.
Un tempo il signor Remo e Bum avevano fatto lunghe passeggiate insieme e conversato del mondo umano e canino, di Cartesio e Rin Tin Tin. C’era grande intesa tra loro. Ma ora non si parlavano più. Il signore stava seduto in poltrona guardando il vuoto e Bum si accucciava ai suoi piedi, guardandolo con smisurato affetto.
Era quello sguardo di assoluta dedizione e totale fiducia che il signor Remo soprattutto detestava.
Il mondo non era che perdita, solitudine e dolore. Che senso aveva in questo pianeta orribile quella creatura incongrua, che scodinzolava e uggiolava di gioia, e riempiva del suo peloso, sovrabbondante amore una casa desolata?
Il padrone iniziò a non dar più da mangiare al cane. Lo lasciava anche due giorni senza cibo. Ma Bum continuava a seguirlo amorosamente. Quando il signor Remo si sedeva a tavola per il suo pasto, il cane non chiedeva nulla, né si avvicinava. Guardava con mite curiosità, e negli occhi aveva scritto: se tu mangi, ebbene anche io mi sazio. E più il padrone si ingozzava, ostentatamente e rumorosamente, più tenero diveniva lo sguardo di Boomerang. E quando finalmente il cane veniva sfamato, non correva frenetico alla ciotola, no... scodinzolava composto e riconoscente come per dire: avrai le tue buone ragioni se mi hai fatto digiunare, ti ringrazio oggi che ti sei ricordato.
Il padrone, forse avvelenato dall’ultima stilla di rimorso, si ammalò. Gli venne la febbre alta e Bum lo vegliò. Nella notte, quasi nel delirio, il signor Remo si destava e vedeva gli occhi spalancati e amorevoli del cane, e le lunghe orecchie dritte, come antenne. E sembrava dire: anche la morte morderò, padrone mio, se si avvicina a te.
Nell’anima ormai riarsa del signor Remo, l’odio per quell’amore smisurato crebbe. Non portò fuori il cane per quattro giorni.
Bum aprì con la zampa la porta del terrazzo e lì pisciò con discrezione. Contrasse il suo metabolismo a venti gocce di urina e un cece fecale ogni due giorni. Non guaì, né diede segni di nervosismo, solo ogni tanto guardava il giardino fuori dalla finestra emettendo un piccolo sbuffo, come un sospiro di nostalgia, ma niente più.
Il padrone guarì e, appena rimessosi in piedi, senza una ragione, tirò un calcio al cane.
Bum si nascose sotto il letto e il signor Remo si vergognò.
Lo chiamò, il cane venne. Il padrone gli fece una carezza falsa e forzata e disse:
– Bum, devo abbandonarti. Mi dispiace. Non riesco più a occuparmi di te. Anzi, ma questo tu non lo puoi capire, ti detesto.
Il cane lo guardò con infinito affetto e dedizione.
Perché non lo affidò a un canile o a qualche conoscente? Per pigrizia, anzitutto. Ma anche perché ricordava una frase della moglie. Gli aveva detto: Remo, se io morissi, mi raccomando, non lasciare solo il nostro Bum.
Allora Remo si era arrabbiato per quella frase: come si poteva dubitare di questo?
E invece, povera Dora, lei conosceva bene il grumo di cattiveria dentro al cuore del marito.
Lei lo aveva abbandonato.
E abbandonando il cane, ora lui si prendeva una folle rivincita sul destino.
Così il signor Remo prese la macchina e portò Boomerang fuori città, in un grande prato dove spesso giocavano insieme.
Il padrone camminava dietro e il cane davanti.
Remo notò la caratteristica camminata aritmica di Bum. Ogni dodici passi ne zoppicchiava uno, alzando la zampetta posteriore come se il terreno bruciasse.
Spesso lui e la moglie avevano trovato buffa e irresistibile questa andatura.
Ora il padrone guardava ondeggiare il grasso sedere di Bum con disgusto.
Perciò, quando furono lontani da occhi indiscreti, legò il cane a un albero e senza voltarsi se ne andò.
Tornò a casa, e cucinò con cura, come non faceva da tempo.
Calciò la ciotola di Bum in un angolo.
Prese il guinzaglio e la museruola, e li buttò nella spazzatura. Ma quella notte verso le tre, sentì grattare alla porta. Era Boomerang.
Un po’ sporco e bagnato, gli saltò addosso festoso, e fece il giro della casa per manifestare la sua gioia. Non sospettava nulla. Non c’era posto per il tradimento, nel suo cuore semplice e quadrupede.
Il signor Remo quasi non dormì per la rabbia. Sognò massacri di foche e colbacchi di barboncino.
La notte dopo caricò Bum in macchina, percorse cento chilometri di autostrada e abbandonò il cane nel parcheggio di un autogrill.
Tornò indietro e andò al cinema. Vide un film con un mostro preistorico che usciva dai ghiacci e terrorizzava tutta l’America. Notò che, in una scena, il mostro sbatteva la coda proprio come Boomerang. Il mostro fu liquidato a micidiali colpi di missile e di dialogo. Il signor Remo dormì saporitamente. Il giorno dopo al supermercato incontrò una signora, proprietaria della cagnina Tommasina, amica di Boomerang.
– Dov’è Bum?
– Ahimè – disse il signor Remo, e spalancò le braccia. La signora si mise una mano sulla bocca teatralmente. Non chiese nulla, rispettò quel riserbo. Sfiorò con la mano la mano del signore.
– Immagino sia un grande dolore per lei.
– Non sa quanto – rispose il signor Remo.
Tornò a casa. Mentre saliva le scale, sentì un rumore lieve ma inconfondibile. Unghie sul marmo.
Era Boomerang, sul pianerottolo.
Il signore si chiuse in bagno, seduto sul water tutta notte. Attraverso il vetro smerigliato della porta, intravedeva la sagoma inconfondibile di Bum in attesa.
Verso l’alba il cane grattò al vetro, preoccupato.
– Vattene, bastardo – ringhiò l’uomo.
Il cane dimenò la coda. Il suo padrone era vivo, dopo tutto.
Due giorni dopo il signor Remo prese nuovamente la macchina, guidò tutto il giorno e col cane arrivò in riva al mare. Lì salì su un traghetto. Alcuni bambini giocavano con Boomerang, e un signore disse:
– Beato lei che può portarlo in vacanza. Il mio è troppo grosso. Si vede che siete uniti.
– È proprio così – disse il signor Remo.
Era il tramonto. Il signore portò Boomerang sulla spiaggia, e gli tirò un legnetto nel mare.
Bum nuotò, addentò, tornò a riva e naturalmente il padrone non c’era più.
Il signor Remo, sul traghetto del ritorno, trangugiò due cognac ed ebbe la nausea.
Passò una settimana, La signora, che aveva visto tornare Boomerang la prima volta, chiese notizie della nuova sparizione.
– Ahimè, – disse il signor Remo – si era ripreso, poi una ricaduta.
La signora fece una faccia compunta, e anche la cagnina Tommasina versò una lacrima, forse di pena forse di cimurro.
Fu una settimana triste per il signor Remo, ma non certo per la mancanza di Boomerang. Anzi, si accorse che nella casa il tappeto e il divano puzzavano di cane, e li deodorò.
Il signor Remo era triste perché si era rotto il televisore.
Il tecnico finalmente venne.
Armeggiò, parlò del più e del meno, e vide la ciotola di Boomerang.
– Lei ha un cane? – disse.
– Non più.
– Io invece adesso ne ho uno, ed è proprio un problema. Pensi, ero in vacanza al mare. Al ritorno, sul traghetto, un cane grassottello e brutto mi salta dentro la macchina. I miei figli dicono: dai papà, è un cagnolino abbandonato, teniamolo, teniamolo. Sa come sono i bambini...
– Certo – disse il signor Remo.
– Insomma, adesso ce l’ho qui sotto in macchina, cerco qualcuno a cui darlo. Lei non conosce mica nessuno?
– Di che colore è il cane? – chiese il signor Remo con un brivido.
– Nero. Con due orecchie come un pipistrello.
Il tecnico uscì. Il televisore funzionava. Il signor Remo si sedette, ma non guardava lo schermo. Guardava la porta.
Dopo un istante, sentì le unghie raspare.
Al signor Remo tornò in mente un vecchio film della sua infanzia, con sepolti vivi e cadaveri che uscivano dalla tomba. Ma era nulla, in confronto al terrore di quel momento.
Boomerang il dolce zombie era tornato. Ancora più grasso, perché i bambini lo avevano rimpinzato. E lo guardava, con immutato amore, fedeltà e fiducia e altri sentimenti nobili.
– Ma lo vuoi capire che ti ho abbandonato? – urlò il signor Remo.
– Ci sarà un perché. Tu sei il mio saggio padrone, e ti voglio più bene di prima – rispose il cane con l’alfabeto della coda.
Allora il signore preparò un piano perfetto.
Avrebbe cambiato paese, addirittura continente, per un lungo viaggio. Lo rimuginava da tempo. Prelevò i risparmi, si comprò una giacca bianca e un cappello di paglia. Una mattina chiuse a chiave Boomerang in terrazza, e partì.
Prese un aereo e volò quattordici ore.
Quando scese dall’aereo, già si sentiva diverso e tropicale. Al ritiro bagagli si mise accanto a una ragazza abbronzata e le sorrise.
Sì, era lontano, lontano da tutto. Odore di mare e sole, non di cane.
Fu allora che si accorse di una strana scena.
Una signora stava piangendo tra due poliziotti. Indicava una gabbia per cani, appena sbarcata dall’aereo.
– Ma non è possibile! – gridava con voce stridula – dov’è il mio Rufus?
– Signora, si calmi – diceva un poliziotto grattandosi la testa.
– Non può essere successo quello che lei dice...
Incuriosito, il signor Remo si avvicinò.
Sentì il poliziotto che parlava con l’addetto ai bagagli smarriti.
– È accaduto qualcosa di molto strano. La signora ha inviato regolarmente il suo cane, in una gabbia nella stiva. Ma adesso dice che quello non è il suo animale.
– Impossibile...
– Il mio cane è un setter irlandese, – disse la signora piangendo – questo è un botolo grasso e orrendo. Mi ricordo benissimo che, alla partenza, stava girando libero per l’aeroporto.
– Vuole dire, signora, che qualcuno le ha sostituito il cane?
– Ma sì – rise l’addetto ai bagagli – ...oppure il botolo ha aperto la gabbietta e si è sostituito al suo.
– Non faccia l’ironico, – disse la signora – lei non sa quanto sono intelligenti i cani!
Il signor Remo non aspettò che la gabbia venisse aperta. Di corsa, trascinando la valigia a rotelle, scappò per i corridoi dell’aeroporto, e sentì alle spalle il galoppo frenetico di Boomerang che lo inseguiva. Al volo salì sul taxi e disse:
– All’Hotel Tropicana, subito, di corsa.
– Non posso, señor – disse il tassista. – Davanti all’auto c’è un brutto cane sdraiato che non mi fa passare.
Il signor Remo salì nella sua camera, all’ultimo piano dell’hotel. Aprì il finestrone della terrazza. 



Boomerang annusava la moquette, soddisfatto.
Il signor Remo si tolse la giacca bianca e il cappello.
Guardò il mare e l’orizzonte lontano.
Prese la rincorsa e saltò.
L’ultima cosa che vide fu Boomerang, grasso e compatto come un proiettile, che precipitava al suo fianco, con uno sguardo di adorazione. Un gioco nuovo, padrone?
La stampa locale dedicò anche un titolo alla triste e commovente storia.



Li seppellirono insieme.

Stefano Benni


martedì 6 ottobre 2015

UN GIORNO A BARBARANO di Patrizia Elia

UN GIORNO A BARBARANO di Patrizia Elia

I nomi dei protagonisti sono del tutto casuali. La descrizione di Palazzo Serafini corrisponde piuttosto alla casa di Ipazio Elia. E per il resto é stato con immenso affetto che ho ambientato la storia a Barbarano, il paese dei miei nonni e di mio padre. Patrizia Elia

La lama netta e precisa della luce d’agosto divideva in parti uguali il cortile di palazzo Serafini.
Gli elettricisti e gli operai del comune erano in effervescenza , sulla piazza antistante, per montare le luminarie della festa del Patrono, San Lorenzo. 

mercoledì 2 settembre 2015

Luigi Pirandello dalla raccolta Novelle per un anno – I pensionati della memoria

Luigi Pirandello dalla raccolta Novelle per un anno – I pensionati della memoria



 Bella fortuna, la vostra! Accompagnare i morti al camposanto e ritornarvene a casa, magari con una gran tristezza nell’anima e un gran vuoto nel cuore, se il morto vi era caro; e se no, con la soddisfazione

domenica 7 giugno 2015

Due minuti di ritardo (Una storia surreale) di Franco Guglielmino

Due minuti di ritardo (Una storia surreale) di Franco Guglielmino

Ci sono di quelle giornate che iniziano male e finiscono peggio, quella di oggi è stata una di queste!

giovedì 26 febbraio 2015

VA BENE SE CI SENTIAMO SABATO POMERIGGIO? di Franco Guglielmino

VA BENE SE CI SENTIAMO SABATO POMERIGGIO? di Franco Guglielmino



Elena, quando ascoltò questo messaggio nella segreteria del suo telefono si meravigliò non poco: era Andrea, il suo collega d'ufficio. Un tipo molto riservato, quasi misterioso, ma con il quale era riuscita ad allacciare un buon rapporto. Fra tutti i colleghi era l'unico che non ci aveva provato, pur lavorando insieme nella stessa stanza dal momento che svolgevano lo stesso tipo di lavoro. A volte, però, mentre lavorava aveva la sensazione che Andrea la fissasse. Si girava di scatto e, non era un caso, immancabilmente incrociava lo sguardo di Andrea che, immediatamente si girava dall'altra parte. La cosa non dispiaceva ad Elena, anzi... Dopo aver ascoltato il messaggio di Andrea, alla ragazza venne spontaneo chiedersi: "Ma perché sabato pomeriggio? era appena giovedì. E non poteva chiederglielo di persona?." Poi si diede della stupida. Per un attimo aveva dimenticato che quello era il suo primo giorno di ferie, aveva preso due settimane. Elena era timida, ma in certi casi determinata. Fece il numero del centralino dell'ufficio e si fece passare Andrea. "Ciao Andrea, ho ascoltato il tuo messaggio e considerato che domenica andrò a trovare i miei che hanno affittato una casa al mare, e mi fermerò da loro per tutto il periodo di ferie, mi chiedevo se puoi anticiparmi qualcosa."
"Ciao Elena, sei stata molto gentile a chiamarmi e ti ringrazio. Il fatto è che volevo chiederti se potevo venirti a trovare domenica sera. Ho una sorpresa ma preferirei non parlarne al telefono. Ma se tu non ci sei...". Elena, anche se presa alla sprovvista rispose immediatamente senza neanche pensarci: "Andrea, non ci sono problemi, avviserò i miei e sposterò di un giorno la partenza. Allora ti aspetto domenica, a che ora?" "Verso le 19, se per te va bene" rispose Andrea. "Certo, Andrea, allora a domenica."
Dopo aver riattaccato, Elena cominciò a fare mille congetture e tutte portavano ad una stessa conclusione: Andrea provava qualcosa per lei e la sorpresa non poteva che essere una, domenica avrebbe scoperto le sue carte. Si spiegavano anche quelle occhiate furtive ma intense. Elena viveva da sola in un appartamentino e quindi godeva di un certa libertà e questo Andrea lo sapeva. Da metodica come era, prese carta e penna e fece un elenco delle cose che avrebbe dovuto fare prima di domenica:
- comprarsi quel delizioso scamiciato che aveva visto in centro
- un completo intimo nuovo, molto intimo
- andare dal parrucchiere e dall'estetista, servizio completo compresa ceretta
- ordinare una pianta di orchidea
- rifornire il suo mini bar
- comprare una confezione di profilattici (gli uomini non ci pensano mai).
Finalmente arrivò la giornata di domenica, Elena non stava più nella pelle.
Alle 19 in punto squilla il citofono, è Andrea. "Secondo piano"
Quando sente il campanello della porta d'ingresso aspetta qualche minuto prima d'aprire. Si guarda allo specchio e sussurra: sei una figata. Apre la porta e... Andrea non è solo, con lui c'è un altro ragazzo, molto bello, fra l'altro. Un attimo di panico: ma che vuol dire? Andrea si accorge dell'imbarazzo di Elena e le dice tutto d'un fiato: "Ciao cara, ti presento Davide, è il mio ragazzo e volevo che fossi tu la prima a saperlo."



Superato il primo momento di cocente delusione, Elena fa buon viso a cattivo gioco.
"Andrea, sono felice per te. Ti ho sempre considerato un uomo di larghe
vedute e questa tua scelta di vita è una conferma.
Ma prego accomodatevi. Ho preparato una cenetta semplice. Le pietanze
sono abbondanti e, anche se avevo preparato per due, basterà per tutti e tre.
E poi, penso che due persone innamorate non danno peso al cibo, si nutrono
di baci e di tenerezze."
"Elena non sai che felicità mi stai dando. Io e Davide per tutta la strada
abbiamo pensato alla tua reazione. Ho cercato di rassicurarlo. Vedrai gli ho
detto: "Elena è una persona speciale, intelligente e aperta. Sarà la prima a
saperlo. E la sua approvazione sarà per me la prova che potremo affrontare
il mondo intero."
Elena si morse il labbro superiore, una abitudine che aveva fin da bambina,
quando non voleva dare a vedere i suoi veri sentimenti.
" Bando alle chiacchiere, penso che abbiate fame. Baci e tenerezze vanno
bene ma anche lo stomaco vuole la sua parte.
Ho preparato io stessa i piatti... ma non preoccupatevi, ci so fare.
Per antipasto un cocktail di gamberi allo zenzero. Capesante gratinate alle
mandorle. Budino di pane e asparagi
Seguirà un risotto al basilico con zenzero e capesante.
Aragosta al prosecco.
Filetto di prosciutto con marmellata di peperoncini.
Ah, dimenticavo, come drink d'apertura, un rosato ai lamponi con mandorle.
Per dolce una cosetta semplice, torta al cioccolato con amarene.
Come vino ho scelto un Pinot Nero del 2014, che va bene anche col pesce.
Come vedete, una cenetta senza pretese."
I due ragazzi rimasero a bocca a aperta.
"Ma non dovevi. Siamo venuti per darti la bella notizia. Non pensavamo ad un
invito a cena. Ti avremmo portato un bouchet di fiori di campo e almeno una
bottiglia del migliore spumante. Sotto la casa di Davide... la nostra casa, non
mi sono ancora abituato a considerarla il nostro nido, c'è una enoteca
eccezionale."
"Vi farò io una sorpresa eccezionale" pensò Elena.
"E adesso scusatemi, preparo il carrello da portare a tavola."
"Possiamo aiutarti? Davide è maestro di cerimonie in uno dei più rinomati
alberghi della città."
"No, grazie, non voglio intralci in cucina. Sono abituata a fare tutto da sola, e
non solo in cucina." Aggiunse maliziosamente.
In cucina, Elena scoppiò a piangere. Si era illusa, come una scema.
Ma stavolta aveva lei il coltello dalla parte del manico.
Preparò il drink d'apertura, un rosato mescolato con un potente veleno
incolore, insapore, ma eccezionalmente efficace.
" Eccomi ragazzi, cominciate a sorseggiare questo drink. Io sono allergica alle
mandorle. E' delizioso e ve lo ricorderete per tutto il resto della vostra vita,
che spero sia lunga e piena di sorprese."
Elena ritornò in cucina, mangiò qualcosa di quello che aveva cucinato e poi
preparò la sua valigetta da viaggio. Doveva raggiungere i suoi genitori e
aveva una voglia matta di mare.
Uscendo di casa, diede una occhiata al divano e poi:
"Ciao angioletti. Il vostro amore sarà eterno e per il resto (parafrasando
Rossella di Via col vento) ci penserò fra due settimane, al ritorno dalle ferie."
Chiuse la porta alle spalle e pensò: "Meno male che sono previdente. Una porta a tenuta stagna è l'ideale, in certi casi."

martedì 25 novembre 2014

FERITE A MORTE: E se le vittime potessero parlare? di Serena Dandini

FERITE A MORTE: E se le vittime potessero parlare? di Serena Dandini


Dove sono Ella, Kate, Mag, Edith e Lizzie,
la tenera, la semplice, la vociona,
l’orgogliosa, la felice?
Tutte, tutte, dormono sulla collina.
Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River


Solo i morti possono garantirci legittimità.
Lasciati a noi stessi siamo tutti bastardi.
Robert Pogue Harrison, Il dominio dei morti


ilmostro



Il mostro


Avevamo il mostro in casa e non ce ne siamo accorti.
Avevamo il mostro in casa e non ce ne siamo accorti, l’ha detto mia mamma agli inquirenti, avevamo il mostro in casa e non ce ne siamo accorti…
Era lì che fumava vicino al caminetto e non ce ne siamo accorti, avevamo il mostro proprio in casa e non ce ne siamo accorti, guardava la partita e non ce ne siamo accorti.

sabato 1 novembre 2014

Cappuccetto Rosso (rivisitata) di Franco Guglielmino

Cappuccetto Rosso (rivisitata) di Franco Guglielmino




Cappuccetto Rosso di :Franco Guglielmino

La fiaba rivisitata per sadici smaliziati!

C'era una volta una bimba che abitava con la madre. Primo dubbio: è il padre? morto? scappato di casa? ha preferito la legione straniera non sopportando più una famiglia quanto meno stramba? E si! una moglie che continua a preparare merende e a fare torte (per una madre o suocera, in questo caso avrebbe almeno una giustificazione) novantenne con un diabete conclamato che abita, da sola, senza neanche una badante ucraina, in una casa al di la del bosco; una figlia che indossa notte è giorno una mantellina rossa (ma avrà avuto un ricambio?) che zampetta per casa cantando la vispa Teresa. E si, pover'uomo merita tutta la nostra umana comprensione. Ma ritorniamo alla favola.
La mamma di cappuccetto rosso dopo aver preparato l'ennesima torta, con dose doppia di zucchero, prepara un cesto e dice alla bambina: " Piccina (ma ca...volo avrà avuto un nome) il cestino è pronto. La nonna ti starà aspettando, ma mi raccomando, non prendere la scorciatoia che taglia per il bosco..." "Si, mammina, potrei fare brutti incontri! è da una vita che me lo raccomandi! Però la vecchia, pardon la nonnina, potrebbe trasferirsi in una casa per signore benestanti: i soldi non le mancano e sappiamo anche come li ha fatti!" "Ma bambina mia che dici mai? Dai mettiti la mantellina rossa e vai..." " Ah mà, hai bevuto anche questa mattina! La mantella l'ho sempre addosso, e poi, non me l'hai detto tu che non sono nata con la camicia ma con la mantella e il cappuccio rosso compreso?"
Detto ciò, l'adorabile bambina, prende il cestino e si incammina lungo la strada che porta a casa della nonna, ma girato l'angolo fa una deviazione e via, s'inoltra come sempre all'interno del bosco, sperando d'incontrare almeno una volta quel signore che per il solo fatto d'avere, dicono, anche se non fu mai provato, in gioventù mangiato una ragazza (fu durante la famosa carestia del '99) a pezzettini (non intera come biascicano le malelingue), da allora tutti cominciarono a chiamarlo "lupo cattivo". La ragazzina dopo essersi fermata, come sempre, a raccogliere foglie di oleandro* che utilizzava per preparare un ottima bevanda digestiva, come solea fare da anni, per la cara nonnina, si riposa sotto un albero quando, all'improvviso si presenta un distinto signore, con un enorme cappello in testa, che le chiede con gentilezza: "Cosa ci fai, tutta sola, nel folto del bosco? Sai che può essere pericoloso..." "Signore, io non parlo con gli sconosciuti" "Mi presento, il mio nome è Lupus de Licantropi, per servirti!"
La piccina, che non era stupida, capì. "Piacer mio, signore, vado dalla mia nonna, che abita al di là della grande quercia, in quella casa di mattoni rossi, a portarle questo cesto ed essendo stanca, mi stavo riposando" Se vuoi, piccina, continua a riposare, se mi dai il cesto, ti precedo e lo porto io, conosco la casa ma c'è un problema la vecchiac...., la dolce vecchietta, giustamente, non si fida degli estranei e tiene chiusa la porta con 15 chiavistelli, un catenaccio e tripla porta blindata!" "Grazie signore, lei è molto gentile e se proprio vuole farmi questo favore, sento che di lei mi posso fidare, questo è il cestino e quando arriva a casa della mia nonna, bussi tre volte alla porta, poi ancora quattro e quando la mia nonnina chiederà: chi è? risponda, io, e vedrà che dopo aver disattivato il salvavita Beghelli a ghigliottina, le aprirà la porta. Mi raccomando, gli dica che io arriverò presto! Ecco il cesto e ancora grazie, io mi riposo ancora un poco e poi la seguo" Mister Lupus, dopo aver preso il cestino, si dirige di gran lena verso la casa della nonna di Cappuccetto Rosso, pensando fra se: "tre volte, poi quattro e la parola d'ordine "io"...Caz...zen! ed io che ho speso fino ad ora una fortuna in decriptatori sofisticati acquistabili in rete."
Intanto, la dolce piccina rimasta sola, con un sorriso angelico sulle labbra, si sdraia all'ombra di un larice e si addormenta, sussurrando: "e anche questa è fatta!"
Dopo qualche ora, dopo aver appreso dalle ultime notizie di cronaca, consultando il suo iPod: "Una vecchietta è stata barbaramente uccisa, tagliata a pezzi e cotta in un pentolone, almeno si presume, perché non sono stati trovati resti ma solo un biglietto con scritto <gallina vecchia fa buon brodo> ...." A questo punto spegne il suo apparecchio e tornando verso casa pensa: " adesso ho capito perché Mister Lupus è stato così gentile con me <è solo un buongustaio>" Quando arriva a casa, con gli occhi umidi di collirio marca "Per chi non riesce a piangere" si butta al collo della mamma, l'abbraccia e grida disperata: "Mamma, mammina la nonna non c'è più!" e poi sottovoce: " piano terra, primo piano con mansarda, superficie utile 250 mq, più giardino, basterà per la mia dote?"

*nota: * oleandro, pianta notoriamente molto velenosa

sabato 16 agosto 2014

IL TEATRO DELLE FATE di Maria Concetta Giorgi

IL TEATRO DELLE FATE di Maria Concetta Giorgi


Maria Concetta Giorgi_16.08.14 OKOKOK

Può un teatro trasformasi in un mondo incantato? Si, signori, mi tolgo il cappello, per dirvi quello che in un lontana notte di fine primavera, accadde nel teatro...era il Teatro delle Fate.

Pronti gli attori a recitare, le attrici ad accarezzare e sistemare i propri vestiti, pronta la scena.

Una commedia complicata , di quelle in cui lui ama lei, ma non è ricambiato e lei insegue l'altro inspiegabilmente incontrato ,(ci si incontra per una serie di casualità di cui non siamo padroni). La malinconia pervadeva gli animi , gli abiti sontuosi quasi sembravano mesti e dimessi...poi un vento leggero spostò lo scenario, in fondo, proprio là in fondo, apparve un bosco , un cielo di nuvole e fra l'azzurro in forma di sprazzo ,qualche stellina e una luna tonda un po' nascosta. Agli attori sembrò di sognare, si stropicciarono gli occhi e le attrici si rovinarono il trucco , i loro vestiti si elettrizzarono ,ma niente valse di più di quell'odore di bosco e di incantesimi nell'aria. Apparvero le fate, lucciole di una sera senza luce...il teatro cambiò la forma e la sostanza della recita, variarono i temi sulla natura dell'amore. Gli attori diventarono amanti non solo nella finzione...la ragione e l'istinto si misero d'accordo. Ah l'amore ! Quello che da sempre muove le montagne...quello che inganna l'arte e la trasforma in magia...Ebbene, tale fu la confusione destata da quelle lucciole leggere ,che tutto apparve sogno, ma non lo fu. Quella sera gli amori sbocciarono andando nella direzione giusta , persino il pubblico che assisteva fu preso da commozione ,riso e pianto, ma nessuno si voltò , tutti furono catturati e pervasi da quell'amore.

Poeta è chi sa attingere ai sogni e li diffonde ,lo scrittore tenta di raccontare concedendosi per sempre al lettore, il pittore cattura gli sguardi e li dona a chi guarda.

A proposito sono io che vi guardo...quello a sinistra del quadro...quello che non ha il cappello, quello che per lo stupore sgrana gli occhi e la bocca apre e chiude in un cerchio magico, al suono di oh...

Dipinto di Antonio Saliola

lunedì 21 luglio 2014

IL PIANTO DEGLI ANGELI di Claudia Salvatori

IL PIANTO DEGLI ANGELI
di Claudia Salvatori
Tratto dal libro "365 RACCONTI EROTICI"  a cura di FRANCO FORTE



Lui si volta su un fianco ansimando. Durante il sesso con lei pensava a un’altra, a molte altre, a qualcos'altro: l’eroina di un
fumetto anni ‘60, le cui linee a china, voluttuose e rabbiose, hanno tracciato graffi indelebili nella sua anima. Su quella prima traccia si sono innestate visioni frammentate di preziosi dettagli anatomici: rotondità di seni, sforbiciare di gambe, lembi di pelle, capelli, fianchi, glutei, orecchie, unghie smaltate, labbra. Tiene gli occhi chiusi per paura di essere scoperto. Non sa che lei a sua volta pensa a due dozzine di uomini diversi, a tre attori americani, a un compagno di scuola morto, a un romantico pirata protagonista di un ciclo di romanzi: tutti fusi insieme in un fantasma di cui, nel sesso, riveste lui.
Nella casa di fronte un’altra coppia. Lei immagina che un secondo uomo sia presente nella stanza; lui che una folla intera lo guardi. Non trovano piacere che nell'immaginarsi guardati.
Sopra di loro, nell'attico, due uomini avvinghiati. Ciascuno dei due sogna il padre dell’altro.

Gabaldón Eleonora  La Hora de los Secretos

Più avanti, nella stessa strada, una donna vorrebbe un’altra donna, ma nessuna riesce a calzare con sufficiente esattezza l’immagine luminosa che ha creato nella sua mente. Si masturba timidamente. L’immagine esplode di troppa luce e sprofonda nel nulla, lasciando un disagio incolmabile.
In un altro quartiere ancora una coppia. Lei desidera un transessuale; lui vorrebbe essere una donna. Alla televisione un transessuale sta parlando. Incarna la voglia di entrambi, ma il suo desiderio è un altro. Non ama né uomini né donne: insegue la forma ideale del suo corpo, e si sfinisce in un vagare appena libidinoso da sé al proprio specchio.



Nelle altre case, per le strade, nei locali. Erezioni, tensioni, umori dell’eccitazione, fantasticherie. Sospiri segreti. Proiezioni che non trovano esaudimento. Spettri che vorticano gemendo negli incidenti sessuali.
Si addensano in un vapore, una nube erotica che sale verso l’alto. Verso le nuvole, e oltre. Nello spazio rarefatto, puro.
Ancora più in alto.
Fra le ciglia degli angeli, dove si addensano in lacrime.


lunedì 14 luglio 2014

IL GIOVANE MINOTAURO di Lucetta Frisa

IL GIOVANE MINOTAURO di Lucetta Frisa

SilencePleaseN

(dal sito FILI D'AQUILONE)

Quanti ne aveva uccisi fino a quel momento?
Tanti, tantissimi, neppure se lo ricordava. Ogni volta con più fatica, ogni volta avrebbe preferito fosse l’ultima.
Ma riceveva l’ordine. Doveva obbedire.
Da quel giorno assoluto, che aveva segnato un cambiamento radicale per la sorte della città, il re aveva deciso di ripetere il sacrificio. Ogni anno, la stessa cerimonia. Ma poi, una sola volta, non gli bastava più.
Troppo faticoso per lui che era diventato vecchio.
Dopo, era costretto all’immobilità: a casa, sdraiato sul letto, per settimane: ossa indolenzite, incrinate, addirittura rotte, e certe volte, neppure le ferite facevano in tempo a rimarginarsi.
Non condivideva il motivo di questo intensificarsi del rito: non condivideva la spettacolarità dell’evento offerto a un pubblico vorace di emozioni. Un pubblico che a fine spettacolo lasciava un sostanzioso contributo. Forse non c’era altra spiegazione.
Ma doveva obbedire. Per lui, l’eroe Teseo, il compenso era alto: oro, davvero tanto.
Che importanza aveva, adesso? Con la ripetizione, il rito aveva perduto il suo mistero e con il mistero, il senso profondo. Un simbolo sacro a cui erano state strappate bellezza e identità.
Lui si chiedeva perché, dopo tutto, doveva continuare. Perché, con la ripetizione, era accaduto questo. Domande a cui non sapeva rispondere. E ad un certo punto, aveva smesso di porsele. Poteva disubbidire al re? Forse lui conosceva tutte le chiavi dei misteri, tutte le risposte alle domande più difficili e conosceva anche il mistero della decadenza.
Ormai era vecchio e doveva procedere da solo nel labirinto, senza l’aiuto di quella bellissima giovane che un tempo, camminando davanti a lui, ne illuminava le curve insidiose impedendogli di smarrirsi.
Quella giovane era morta da un pezzo. Morta prima d’invecchiare. E nessuna l’aveva più sostituita. Anche perché lui aveva imparato il percorso a memoria e la sua presenza sarebbe stata superflua.
Lui però se la ricordava tutte le volte che affrontava la prova, e l’aveva rimpianta. Soffrì molto la sua mancanza, poi, col tempo, fece l’abitudine anche a quella. E il suo ricordo si affievolì fino a cancellarsi del tutto.
Perché, c’era stata una ragazza a guidare i suoi passi in quel buio, e quando?
E il labirinto, chi lo aveva costruito? Un architetto di nome Dedalo. Morto anche lui chissà da quanto. Forse proprio dentro il suo stesso labirinto di cui aveva dimenticato il modo per uscirne. Cose che accadono.
Avanzava a fatica. Si sentiva stanco, stanchissimo. Avvertiva ancora molto dolore per gli strappi muscolari, per la distorsione delle caviglie, i traumi alle ginocchia, le costole incrinate : eredità degli scontri precedenti.
Mai più. Non lo farò più. Questa è l’ultima volta. Il re deve capirlo. Perché non mi sostituisce con uno più giovane di me? Ma è ancora lo stesso re oppure adesso, sul trono di Creta, regna suo figlio? Non ricordava.
“Non sarebbe la stessa cosa senza di te - gli aveva detto - tutti vogliono te, solo te. Pagano per vederti. Si accorgerebbero subito che non sei tu. E poi, quelli contro cui ti batti non sono forti come una volta. È un’altra razza, più debole. Vincerai sempre.”
Faceva molto caldo. Sudava. Soffocava. La mazza era pesante.
Pochi passi e poi l’avrebbe visto. Si sarebbe annunciato con un tremendo muggito e un fetore da vertigine. E poi apparso - solo lui lo vedeva, così assuefatto alle tenebre - apparso in tutto il suo orrore e la sua potenza, e si sarebbe avventato su di lui in quel buio terribile e lui, al buio, respingeva l’assalto infliggendogli il primo colpo e, sempre lottando, lo conduceva all’aperto, verso la luce dell’arena. Continuando, implacabilmente, a colpirlo. Sarebbe riuscito anche questa volta ad accerchiarlo? Il primo potentissimo fendente sull’osso del collo e poi subito un altro, un altro. Stordito, lo avrebbe trascinato sulla sabbia, sotto il sole di mezzogiorno e la folla, a cerchio, in preda all’esaltazione, si sarebbe messa a urlare le solite frasi d’incitamento.
E sangue sangue sangue dappertutto. Urla, polvere e fetore.
Evitare le corna, l’urto del corpo gigantesco, il calcio degli zoccoli… Guardarlo negli occhi. Guardarlo fisso, ipnotizzarlo, e dopo, spezzargli la schiena. Barcollava sempre paurosamente, prima di piombare a terra. A quel punto, il re, dalla tribuna, si sarebbe alzato in piedi, lanciato verso di lui una corona di mirto. Applausi frenetici. Delirio della folla. Rullo di tamburi impazziti. Se era ferito doveva nasconderlo e sopportare il dolore. Alzare le due braccia in alto e a testa alta ringraziare il pubblico, a testa bassa inchinarsi al re.
Fragore degli zoccoli. Pronto con la mazza. Radunare tutte le forze, tendere al massimo lo sguardo e…
Improvviso un raggio di luce dal fondo del labirinto - è uno specchio? - e insieme a quel raggio ecco lui, scalpitante, ma incerto e leggero sugli zoccoli che quasi danzano.
Un Minotauro giovane, snello, quasi un puledro, ma più slanciato, con corna ancora piccole e poco appuntite, pelo lucido, occhi grandi e tranquilli. In silenzio, gli viene incontro: spavaldo, ma fiducioso, amichevole.
Qualcosa di familiare e d’inquietante insieme.
Chi è?
Teseo si ferma, sbigottito.
Perché questo, cos’è accaduto?
Il giovane Minotauro si avvicina lentamente: è davanti a lui.
Teseo si sente debole, indifeso. Colpito da una strana paura. La mazza gli scivola di mano.
Sotto il sole, il giovane Minotauro trascinò sulla sabbia spingendo con le sue piccole corna, il vecchio corpo devastato di Teseo. L’arena di Cnosso era vuota e silenziosa. Neppure il re c’era più.

ILGIOVANEMINOTAURO

martedì 17 giugno 2014

NON È UN PAESE PER DONNE - Autori vari

NON È UN PAESE PER DONNE
Racconti di straordinaria normalità

Nel 2011 usciva un libro "Non è un paese per donne (Racconti di straordinaria normalità)" che cercava di raccontare la condizione femminile nel nostro paese attraverso la voce di quattordici scrittrici italiane.
Un libro che consigliamo di leggere perché è ancora attuale e alla fine ci sarebbe da chiedersi se in questi ultimi tre anni qualcosa sia cambiata.

______________________ IL LIBRO

Chi sono le donne italiane di oggi? Ad ascoltare la TV e a leggere i giornali, domina l’immagine della “donna-corpo”: quella rimbalzata sulle cronache per le escort, per le modelle prestate alla politica, donne belle ad ogni costo, donne che usano e fanno usare il proprio corpo come merce di scambio o passepartout per il futuro. Ma a guardarsi attorno, nella realtà quotidiana, queste donne sono la minoranza. Esiste, e va per la maggiore, un altro modello di donna, la “donna normale”.
Come le protagoniste dei racconti compresi in questa antologia, scritti da autrici diversissime per età, formazione, provenienza geografica, ma unite da un unico obiettivo: offrire un’istantanea dai toni molteplici – comici, drammatici, ironici, teneri, surreali… – della condizione femminile nell’Italia del Duemila. Una condizione che ancora oggi presenta poche luci e molte, troppe ombre. Le une e le altre sono raccontate in questa antologia di storie vere, verosimili o inventate, ma sempre autentiche, nelle quali ogni donna non potrà non riconoscersi.
Fermare l’immagine della donna di oggi e farlo attraverso il racconto, cercando di cogliere la vita quotidiana che scorre.
L’idea è nata la sera del 13 febbraio 2011, il giorno fatidico delle piazze del “Se non ora quando?”, in un piccolo ristorante di Napoli. Lì, abbiamo cominciato a discuterne e a delineare la nostra squadra. Ci siamo date un nome, “le funambole”, come le donne che raccontiamo, sospese su un filo eppure determinate e coraggiose nell’affrontare una realtà che ingenera vertigini e paure: perché l’Italia, ancora oggi, non è un paese per donne.
Ne è nato un libro che racconta storie che i media non raccontano, ma che le donne vivono e in cui tutte potranno identificarsi. Un libro sulla straordinaria normalità come soggetto di storia e di vita, continuamente sottovalutata o, peggio, ignorata.

Proponiamo di seguito la prefazione a suo tempo firmata da Miriam Mafai.

Ho vissuto per quasi cinquant’anni in un paese nel quale i mariti potevano picchiare la moglie per “correggerla”, nel quale l’unica forma di contraccezione prevista era l’aborto clandestino o il coitus interruptus, nel quale le donne non potevano entrare in magistratura perché – aveva dichiarato alla Costituente un insigne giurista – per alcuni giorni del mese (indovinate quali) non sarebbero state in possesso dell’equilibrio necessario per giudicare. Non chiedetemi in che paese vivevo: quel paese era l’Italia.
Chi, come me, ha conosciuto l’Italia di allora, quella condizione di subalternità delle donne, la loro/nostra esclusione da importanti professioni e posti di responsabilità non può non guardare con soddisfazione e orgoglio alle donne e alle ragazze di oggi, al loro successo negli studi, alla loro sempre maggiore presenza in professioni una volta considerate “maschili”. Basti ricordare che sono donne, oggi, la maggioranza dei laureati in medicina, come la maggioranza dei promossi ai concorsi di magistrato.
Ognuna di noi tuttavia conosce bene anche le zone d’ombra, le difficoltà, la fatica con le quali le donne hanno pagato e ancora oggi pagano questo passaggio dalla subalternità alla piena emancipazione e realizzazione di sé. Sono storie che conosciamo, che abbiamo vissuto e che tuttora viviamo. Così come conosciamo e abbiamo imparato a riconoscere ed evitare gli ostacoli frapposti al nostro desiderio di autonomia.
Salvo uno, forse, il più recente: quello che usa contro di noi, contro il nostro desiderio di autonomia, l’immagine stessa e la esaltazione del nostro corpo. Può sembrare un paradosso, ma non è così. Il nostro corpo, il corpo delle donne, è da anni al centro del dibattito politico del nostro paese, almeno da quando il movimento femminista ha innalzato (sono passati ormai quasi quarant’anni) lo “scandaloso” cartello: “Il corpo è mio e lo gestisco io”. Da allora il corpo delle donne è elemento di divisione, di polemiche, di scontri, di accordi parlamentari. Basti ricordare la vicenda della legge 194, di quella sulla fecondazione assistita, di quella sul testamento biologico, che aveva come posta il corpo di Eluana Englaro, da diciassette anni deposto su un letto d’ospedale. Corpi di donna doloranti, offesi, per i quali abbiamo chiesto e chiediamo rispetto.
Ma da qualche tempo assistiamo a un nuovo, diverso uso del corpo della donna altrettanto offensivo della sua dignità. Un corpo che, spesso modificato dalla chirurgia estetica, viene utilizzato nella più volgare pubblicità, offerto a soddisfazione del desiderio e godimento maschile, e persino proposto alle stesse donne come sicuro strumento di successo, come “scorciatoia” per fare carriera.
La “donna-corpo” occupa ormai da troppo tempo la cronaca politica e mondana e rischia di lasciare in ombra tutte le altre, quelle, e sono la maggioranza, che ogni giorno lavorano (o cercano un lavoro), studiano (spesso con notevole successo), si occupano dei propri figli (con le difficoltà determinate dalla mancanza dei servizi sociali), stabiliscono reti di solidarietà e di affetti.
Per dare spazio a queste donne, alle loro storie, alla loro fatica e ai loro successi, abbiamo pensato a un libro scritto da quattordici donne, diversissime per età, formazione e provenienza geografica, nel quale ciascuna autrice raccontasse una storia al femminile. È il libro che vi proponiamo.
Non so se tutte le autrici di questi racconti hanno “una stanza per sé”, condizione che Virginia Woolf riteneva necessaria all’esercizio della scrittura. Forse sì, io me lo auguro, naturalmente. Ma mi piace anche immaginare che questi racconti, questi ritratti di donne siano stati scritti negli stessi luoghi nei quali si consuma la nostra vita quotidiana: forse sulla panchina di un giardino pubblico, dando un’occhiata al bambino che gioca; forse su un quaderno di appunti nella metropolitana che porta al luogo di lavoro; forse nella sala d’attesa di un medico al quale vogliamo confidare un imprevisto disagio del nostro corpo. Se non sono stati scritti lì, tuttavia, è da lì, dai luoghi della nostra vita quotidiana, che prendono ispirazione, perché le protagoniste di questi racconti sono donne vere, come quelle che incontriamo ogni giorno al mercato, sull’autobus, a scuola, in ufficio. Sono donne vere, che della vita conoscono gli ostacoli, le malattie, le delusioni, ma anche il valore dell’amicizia, della solidarietà, dell’autonomia. Sono donne – è forse questo il loro più importante tratto comune – che non si rassegnano e che riescono, anche nelle condizioni meno favorevoli, a costruire imprevedibili rapporti di solidarietà, a prendersi per mano per uscire insieme dalle difficoltà.
Ecco allora Margherita e Mina, che conoscono la vergogna e la paura di chi è costretto a vivere senza una casa; ecco l’incontro tra una ragazza italiana e la misteriosa e affascinante coinquilina cinese; ecco Lucia dalla dinamica attività onirica; ecco la storia di un’amicizia tra una restauratrice e una colf perseguitata da un marito violento; ecco la storia (vera) di una madre coraggio che denunciò gli abusi sessuali subiti dal suo bambino in una scuola di Torre Annunziata; ecco la storia della maestra che d’estate, mentre tutti sono in vacanza, si prende cura delle piante che crescono sulle terrazze dei vicini; ecco la storia di una donna anziana che, per non dimenticare il passato, scrive ogni giorno il suo diario, del suo incontro con una bambina che scrive ogni giorno il suo diario per inventarsi il futuro; ecco infine la storia delle madri dei comuni vesuviani che hanno impedito l’apertura della discarica di Terzigno per difendere il diritto alla salute dei propri figli. Storie diverse insomma, di cui sono sempre protagoniste le donne, la loro capacità di resistere alle difficoltà, di intrecciare rapporti di solidarietà e di amicizia, di immaginarsi un futuro. E di costruircelo insieme, come, in tante, stiamo facendo.

(f.g)

venerdì 31 gennaio 2014

Il Bello? dai RACCONTI SUL COMODINO di Tiziano Corso

Il Bello? dai RACCONTI SUL COMODINO di Tiziano Corso

Anni fa ci fu un'estate molto calda; dalle finestre aperte, per favorire l’ingresso del fresco mattutino, entrava, in realtà, aria rovente. Ad un tratto dal balcone si affacciò un gatto; scrutava l’interno della stanza con atteggiamento piuttosto guardingo. Franco lo osservò: era veramente bello con il pelo lungo, lo sguardo fiero… lo avvicinò e lui, anziché scappare, stette lì tranquillo a godersi le carezze del suo nuovo amico accettando di buon grado il cibo che questi gli offriva; dopodiché riprese la via della finestra e se ne andò così come era venuto.
Sul momento Franco pensò che fosse il gatto di qualche vicino venuto a presentarsi ma, nei giorni seguenti, le visite dello splendido felino (che soprannominò "Il Bello") si fecero sempre più frequenti.
Era evidente che si trattava di un gatto domestico, vista la facilità con la quale si faceva avvicinare e considerando il fatto che, nonostante avesse un pelo molto lungo e folto, era pulitissimo.
Giorno dopo giorno divennero sempre più A-Mici: Franco gli dava da mangiare, lo coccolava un po' e lui ricambiava emettendo fusa sonore; era rilassante accarezzare quel batuffolo di lana. Una volta Franco prese una pallina e gliela lanciò, il Bello scattò sulla sua destra per raggiungerla e… continuarono a giocare così per una buona mezz'ora! Questo rito continuò per parecchi mesi. Franco dedusse che quel gatto si fosse perso, oppure che fosse stato abbandonato dai vecchi proprietari, ma la cosa, a quel punto, era di poca importanza: erano affiatati e si tenevano tanta compagnia passando il tempo tra mille lazzi e amorevoli scambi; ad esempio, quella di avvicinare le fronti: uomo-gatto, gatto-uomo per concludere con una testatina reciproca che aveva valenza di carezza, era uno dei loro giochi preferiti.
Sopraggiunse l'Autunno e di notte dormivano insieme ma, al mattino, Il Bello voleva uscire e tornava sempre verso sera per mangiare, farsi fare le coccole e giocare con la palla. Una sera, però, non si fece vedere ma Franco non si preoccupò più di tanto, pensò semplicemente che avesse trovato qualche gatta e volesse fare le ore piccole. Per un paio di sere non rincasò, poi tornò a frequentare la casa; sembrava tutto normale, se non che, un giorno, un amico di Franco (più esperto di lui di animali) gli disse:
“Guarda che il tuo gatto è incinta”.
Franco rimase sbalordito: chissà per quale motivo aveva sempre pensato che fosse un maschio!
Per un periodo Il Bello rimase molto sulle sue: non aveva più voglia di giocare con la palla ma era diventato, anzi, diventata ancora più affettuosa. Una mattina chiese di uscire e, per parecchi giorni, non si fece più vedere. Uscendo da un bar all’alba dopo aver fatto colazione e con alle spalle una notte passata in discoteca, Franco vide Il Bello attraversare la strada con qualcosa in bocca: era un gattino! Capì subito che aveva deciso di andare a partorire da un'altra parte… evidentemente aveva voluto la sua privacy...
Nei mesi successivi Il Bello avvicinò i suoi mici a casa… Come erano piccoli… Franco aiutò la neo-mamma a svezzarli e, in breve tempo, crebbero vistosamente, sani e forti.
Il Bello (che lui continuava a chiamare così per abitudine) tornò ad essere il micio affettuoso e giocherellone di sempre; ripresero anche le loro partite a palla: lui che lanciava e lei che parava.
Arrivò la Primavera, una Primavera molto piovosa quell'anno.
Quella sera Franco aspettava il ritorno del Bello, ma lei non venne; nei suoi pensieri il dubbio che potesse esserle successo qualcosa, oppure che qualcuno se la fosse presa e portata a casa per regalarla ai figli, insomma non sapeva cosa pensare…
Un pomeriggio, dopo una settimana che gli parve eterna, stava piovendo a dirotto, mentre guardava la televisione seduto sul divano, vide comparire la sua sagoma dietro la finestra. Balzò immediatamente in piedi per aprirle e farla entrare, ma si accorse all’istante che qualcosa non andava: oltre ad essere tutta bagnata, aveva l'aria sofferente; con raccapriccio notò che aveva una zampa anteriore che penzolava inanimata. Asciugò la bestiola, la nutrì e subito dopo la portò dal veterinario. Pensò che si fosse rotta la zampa in qualche maniera e che sarebbe bastato steccarla per risolvere il problema. Invece il dottore, dopo una radiografia, gli disse una cosa che gli gelò il sangue nelle vene:
“Non si può operare, qualcuno le ha sparato e i pallini di piombo sono situati in diverse zone, l'unica cosa che può fare è somministrarle degli antibiotici."
Franco ci restò malissimo: chi avrebbe potuto essere così crudele da compiere o anche soltanto concepire una cattiveria simile? Pensò persino che qualche cacciatore, magari scambiandola per una volpe per via del pelo folto, avesse potuto colpirla per errore, ma degli amici esperti del settore gli dissero che era un' ipotesi da scartare. Comunque la curò con gli antibiotici e, gradualmente, Il Bello si riprese; certo, trascinava ancora la zampa, zoppicava vistosamente, ma per un paio d'anni continuò ad essere il compagno/a che aveva sempre conosciuto. Ormai era diventato/a parte integrante della casa: la notte si metteva in fondo al letto e il suono delle sue fusa lo trasportavano, come fossero state un tappeto magico, nel mondo onirico; di giorno usciva poco, giusto per le… esigenze quotidiane, ma poi tornava a casa per mangiare la "pappa" che lui le preparava; passava molto tempo sul divano, ormai non poteva o forse non aveva più voglia di giocare a palla, anche se la teneva sempre vicino a sé nella sua casetta personale.
Una mattina indugiò sulla soglia di casa, i suoi occhioni marroni che sembravano parlare si persero per un istante in quelli verdi di Franco che, accarezzandola, le chiese:
“Cosa c'è, non vuoi uscire oggi?”.
Da un paio di giorni la vedeva un po’ sofferente e aveva pensato ad un malessere passeggero. Il Bello diede una testatina affettuosa alla caviglia di Franco e si allontanò con il suo passo claudicante verso il prato... fu l'ultima volta che la vide... evidentemente, come gli antichi Indiani d'America, aveva deciso di andare a morire in solitudine.
Per un paio di giorni l'aspettò, poi gli fu tutto chiaro.
Il Bello lasciò un profondo vuoto nella casa e anche nel cuore di Franco che ormai le voleva bene come o forse più che ad una persona.
Adesso che sono passati alcuni anni, gli piace immaginarla in un paradiso dove vivono animali e persone; forse avrà trovato qualcun altro per giocare a palla, ma almeno lì sarà al sicuro: nessuno cercherà di spararle addosso! Lui, invece, continua a guardare la televisione, vede scendere la pioggia dietro i vetri, tiene la pallina in mano e la fa rimbalzare sul muro… ma non è la stessa cosa...

(f.g)
http://www.lulu.com/shop/tiziano-corso/racconti-sul-comodino/paperback/product-20684656.html

mercoledì 8 gennaio 2014

"Sei donna, ti posso uccidere" di Antonella Lucchini

"Sei donna, ti posso uccidere" di Antonella Lucchini




Amo il colore viola. Ha le stesse sfumature del mio carattere. Sarà per questo che lui me lo ha spalmato sul corpo, in qualche
occasione, perché sapeva che era il mio colore preferito. Solo che sulla pelle assume poi una colorazione tra il verde e il giallo che non è più viola, ma ha il colore delle ecchimosi. Se poi si mischia al 
rosso sangue, lo detesto.
La prima volta fu dopo qualche mese che ci frequentavamo. Eravamo in un pub. 
Risposi sorridendo al saluto di un mio ex-compagno di facoltà.
“Ma che fai?” – mi disse strattonandomi per un braccio.
“Ho salutato Davide, un ex-compagno di università! Ma che ti prende? Non sarai geloso di un saluto ad un vecchio amico?”
Mi chiese scusa, mostrandosi molto provato dal suo gesto. 
Il resto della serata trascorse senza problemi o scenate di gelosia.
Appena saliti in macchina la mia faccia sbatté contro il suo pugno. Lo guardai atterrita, e convinta che uno sconosciuto avesse preso le sue sembianze.
“Sei impazzito? Ma perché?”
“Non  mi piace che tu faccia la puttana!”
“Perché ho salutato Davide? Ancora? Abbiamo studiato insieme per 5 anni, perché non avrei dovuto salutarlo, scusa?”
“Non perché l’hai salutato, ma perché gli hai sorriso ammiccando!”
“Tu hai bevuto troppo! Era un semplice sorriso. Portami a casa subito! E non farti più vedere! Non ci sto con uno che mena!
Partì sgommando. Nel tragitto fino a casa mia scodinzolò e mi chiese scusa ripetutamente, con le lacrime agli occhi. Mi confessò che non mi aveva detto una cosa importante su di lui. Soffriva del disturbo bipolare e sia il litigio nel pub sia il colpo al viso facevano parte della fase maniacale che stava attraversando.
Restai piuttosto sconvolta dalla notizia. Perché tacermi una cosa simile?
Avevo il diritto di sapere che era affetto da quella patologia, per potermi meglio relazionare con lui e per decidere se era il caso di continuare a vederci ancora. Si trattava di un disturbo molto serio e molto complicato da gestire.
Gli dissi che avrei avuto bisogno di qualche giorno per rendermi conto di tutta la questione. Disse che comprendeva benissimo. Cercò di baciarmi ma io mi ritrassi 
e scesi dalla macchina in tutta fretta. Se ne andò lasciando sulla strada buona parte delle gomme.
Mi addormentai a fatica e quando stavo finalmente per prendere sonno mi arrivò un sms. Era lui: Amore scusami per stasera, non so come farmi perdonare. Lo so avrei dovuto dirtelo. Ti amo. Non lasciarmi.
Ti amo? - Pensai tra me e me -  Ma se non ce lo siamo mai detti!
Non risposi e spensi il cellulare.
La mattina dopo, mentre facevo colazione lo riaccesi e fui inondata da una marea di messaggi in sequenza, 10 per la precisione. Il tono era sempre quello del primo: era affranto, disperato, non si riusciva a perdonare. Gli risposi, inviandogli un sms laconico, ripetendogli che avevo bisogno di qualche giorno di tempo per riflettere.
Interpellai una psicologa, amica di mia madre, per chiedere delucidazioni ed informazioni sulla patologia di cui soffriva Edoardo. In particolare, le chiesi come mai non mi ero accorta di nulla fino ad allora. Mi spiegò che probabilmente fino a prima di quella sera era stato nel periodo eutimico, quello in cui si raggiunge un certo equilibrio, e poi, improvvisamente come molto spesso succede, era subentrata la fase maniacale. Si premurò di mettermi in guardia.

A volte, se contrastati o contraddetti mentre si trovano nella fase maniacale, alcuni malati diventano aggressivi e addirittura violenti. Questo era sicuramente il caso di Edoardo.
Non sapevo che fare.
Nei due giorni successivi il colloquio con la psicologa, lui mi tempestò di telefonate e messaggi. Se spegnevo il telefono, appena lo riaccendevo mi arrivavano raffiche di messaggi e di notifiche di chiamate perse. Un incubo.
Decisi di parlargli.
Scelsi il parco cittadino, come luogo per l’incontro, perché c’era sempre movimento; mi sentivo in qualche modo protetta.
Trovai Edoardo piuttosto tranquillo (era la fase depressiva? Un ennesimo periodo eutimico?) Ci sedemmo su una panchina non troppo isolata e gli spiegai che, anche se a malincuore, avevo deciso di interrompere il nostro rapporto (che durava da pochi mesi) perché non mi sentivo in grado di gestire i suoi sbalzi di umore. Io stessa mi ritrovavo a combattere col mio carattere difficile, irrequieto, lunatico; non ero certo la persona più indicata per stargli vicino.
“E l’amore?” – mi chiese.
“Mi sembra siamo entrambi concordi sul fatto che non è scattata una gran scintilla, che stiamo bene insieme ma l’amore latita. Questo discorso ce lo siamo ripetuti anche qualche giorno fa ricordi?”
“Mi sembra tu sia molto, troppo sbrigativa. Ha già trovato qualcun altro, la puttana!”
“Piantala di usare questi toni con me! Non ho trovato nessuno, non cerco nessuno! Non trovo stimoli per stare con te, tutto qui. Non me la sento di proseguire un rapporto con una persona complicata, anche se certo non per colpa sua.”
Sorrise. Cosa mi sarei dovuta aspettare adesso?
“Ma ti capisco sai? Anzi, credo che sia la cosa migliore, soprattutto per me. In fondo, un uomo della mia estrazione sociale, col mio patrimonio economico, etico e fisico avrebbe solo da perdere a stare con una come te. E tu, ti troveresti sempre fuori posto negli ambienti che frequento, faresti una pessima figura e la faresti fare in particolare a me!”
Ricordandomi delle parole della psicologa, gli diedi assolutamente ragione.
“Allora, salutiamoci da amici.”Mi si avvicinò per baciarmi. Mi strinse le braccia con le mani con una tale forza che pensai me le spezzasse.
“Sei una fallita, una poco di buono.” Non  risposi per non peggiorare la situazione. Lui mi baciò sulla guancia e se ne andò.
Rimasi seduta ancora per un po’. Le braccia mi dolevano parecchio ma quel dolore mi convinse che avevo fatto la scelta migliore. Mi avviai verso casa serena.
Non ricevetti più telefonate né sms da lui. 
Passò all'azione punitiva di persona.
Una settimana dopo che ci eravamo lasciati, cominciai a vederlo passare in macchina davanti a me ogni volta che uscivo dal lavoro, senza guardarmi. 
Sistematicamente. Questo significava che mi aspettava,parcheggiato poco distante, e quando uscivo si faceva vedere. Si appostava.
Andò avanti per circa una decina di giorni. Questo suo atteggiamento mi provocava ansia; ogni volta che uscivo dal lavoro temevo di trovarmelo davanti aggressivo. Mi ero messa anche a guardare fuori dalle finestre di casa per paura di vederlo di sotto mentre fissava il mio appartamento.
D’accordo, era malato, ma era sufficiente per tollerare un simile comportamento?

Avevo anche pensato di rivolgermi alla polizia, ma cosa gli potevo dire? Che un mio ex transitava sempre davanti al mio ufficio quando ne uscivo? 
Fortunatamente cessò gli appostamenti.
E cominciarono le telefonate anonime, sul telefono fisso. Rispondevo e nessuno parlava. Era ovvio che fosse lui. Succedeva a intervalli irregolari. Potevano passare anche giorni tra una chiamata ed un’altra (non più di una al giorno). 
Quando pensavo che avesse smesso, e quindi tiravo un sospiro di sollievo, ricominciava: mi costruiva l’ansia volta dopo volta e questo era il suo scopo: molto lucido, direi, per un malato di mente.
A questo punto andai alla polizia. Spiegai degli appostamenti e delle telefonate anonime. Non mi presero molto sul serio. Visto che si era limitato solo a passarmi davanti in macchina, senza fare nulla di dannoso per la mia incolumità e che le telefonate erano sporadiche e non potevo essere certa che fosse lui, mi consigliarono di stare tranquilla. Se le chiamate fossero proseguite si sarebbe potuto mettere il telefono di casa sotto controllo. Mi fecero sentire una povera scema, anche un po’ visionaria. Possibile che non capissero che esistono ferite e crimini anche subdoli e meno appariscenti di una coltellata in pieno petto?
Le telefonate cessarono. Sapeva che ero andata alla polizia? Quindi mi seguiva?
Ormai vivevo nell'ansia, anche perché mi ero accorta che chi mi doveva proteggere non mi credeva.
Per un paio di settimane non successe più nulla. E cominciavo a respirare meglio, a sentirmi un po’ più rilassata, anche se il terrore di trovarmelo di fronte era sempre lì, sotto la cenere.
Una mattina, mentre uscivo di corsa per andare al lavoro, me lo trovai di fronte.
“Ciao Samantha”.
Mi spaventai a morte.
“Ciao…che paura mi hai fatto prendere” – avevo il cuore a mille.
“Scusa, non ti volevo spaventare. Avevo voglia di rivederti. Mi manchi molto”
“Mi spiace, ora non posso parlare, vado di fretta, sono in ritardo. Ma in ogni caso non avrei niente di diverso da dirti dell’ultima volta che ci siamo visti. Ciao”.
“Ci possiamo vedere una sera?” – mi chiese mentre mi allontanai per salire in macchina. Non risposi.
Dopo quel giorno ricominciarono gli appostamenti. Questa volta davanti a casa. 
Me ne accorsi un sabato mattina. Avevo aperto la finestra della cucina e lo vidi lì, dall'altra parte della strada, che mi fissava. Chiusi la finestra immediatamente. 
Mi ci appoggiai di schiena, prendendo fiato. Mi rigirai e lui era sparito. Come se avessi visto un fantasma,in pratica. Era subdolo. Fece così per qualche giorno ancora. Quando aprivo la finestra della cucina lo vedevo. Qualche minuto dopo spariva. Appena si accorgeva che lo vedevo, se ne andava. Era un esperto nel 
creare il panico, l’ansia, il terrore.
Decisi di chiamare la sorella.
“Ciao Vanessa, sono Samantha.”
“Ah, ciao. Sono sorpresa di sentirti, dopo quello che hai combinato a mio fratello.”
“L’ho solo lasciato. Sono cose che capitano. Non so cosa lui ti abbia detto, ma non mi sono sentita in grado di gestire lui e la sua malattia. Biasimami, se vuoi, ma questa è la realtà.”
“La sua malattia?? Di che stai parlando?”
“Come di cosa sto parlando? Del disturbo bipolare di cui soffre!”
“ Ma sei impazzita? Mio fratello è sano come un pesce! Che ti inventi?”
“Non mi invento nulla! Me lo ha confessato lui più di un mese fa!”
“No, guarda Samantha, o stai inventando tutto o lui ha voluto solo prenderti in giro.”
Non ebbi più la forza di proseguire la telefonata e ci salutammo.
Quindi il bastardo si era inventato tutto! Aveva studiato tutto in pochi minuti mentre tornavamo dal pub, quella sera, per giustificare tutta la persecuzione alla quale mi voleva sottoporre! Ma certo! Basta digitare “disturbo bipolare”  su Google e voilà ecco la trama della messinscena! Un ruolo recitato alla perfezione.
Non era malato di mente! Era lucidamente folle. Serve una mente molto lucida per pianificare una recita simile.
Ero fuori di me. Cosa si sarebbe inventato, a questo punto?
Mi strinse il cerchio intorno. Una sera me lo trovai sotto casa, davanti alla porta d’ingresso, mentre stavo rientrando.
“Che ci fai qui?” – mentre le gambe mi si stavano irrigidendo e il cuore mi scoppiava.
“So che hai parlato con mia sorella. Volevo scusarmi per la balla che ti ho detto. Non so nemmeno io perché.”
“Invece lo sai bene! Volevi avere una giustificazione per farmela pagare. Una scusa plausibile per punirmi, nella tua mente distorta dalla gelosia, inutile, tra l’altro, perché non ho nulla da farmi perdonare. Non voglio più trovarti in ogni angolo della mia vita. Piantala di seguirmi, di chiamare, di fare qualsiasi cosa. 
Altrimenti vado alla polizia e ti denuncio.”
“Mi denunci? E per cosa? Perché ogni tanto casualmente ci incontriamo? Per le telefonate anonime di cui non puoi dimostrare la provenienza?”
“Vattene!” – gli intimai ed entrai nell'androne, senza guardarlo. Mentre mi girai per chiudermi la porta dietro mi sentii afferrare per un braccio e mi ritrovai sbattuta contro il muro.
“Non ti permetto di trattarmi così! Chi credi di essere eh? Ti ho permesso di frequentare posti che tu, povera idiota della classe media, neanche ti saresti potuta sognare” – mi disse, appiattendomi col suo corpo alla parete. Mi stringeva entrambi i polsi con una mano; l’altra mi serrava la bocca, quasi soffocandomi. 
Sentivo il mio bacino schiacciato al suo, il suo membro rigido che mi spingeva. Io cercavo in qualche modo di divincolarmi. Lui mi tolse per una frazione di secondo la mano dalla bocca per darmi un ceffone che mi fece sanguinare il labbro. Forse la vista del sangue lo eccitò, perché mi sferrò un pugno sullo zigomo, che sembrò 
frantumarsi. Mi salvò il rumore dell’ascensore che stava scendendo.
“Non è finita qui! Ricordatelo”. 
Mi lasciai scivolare lentamente a terra. Ricordo una voce di donna che mi chiedeva come stessi e cosa era successo. Mi ripresi un po’ e le chiesi se poteva restare lì con me. Chiamai mia madre col cellulare.
Al pronto soccorso arrivò anche la polizia. L’aggressione si risolse solo con un’ordinanza restrittiva, grazie al fatto che Edoardo era incensurato. Questa è il massimo della giustizia, pensai. Mi sentii abbandonata a me stessa. Abbandonata da chi mi doveva proteggere e tutelare.
Non lo vidi più. Non si fece più sentire, in alcun modo.

Adesso sento freddo e braccia e gambe sono rigide, come marmo. Come quella sera. Quella sera la lama era fredda. Anche tutto il sangue che mi stava lasciando era freddo. 
Era una sera tersa d’inverno. Mi trovarono buttata via, su un sentiero vicino al fiume. Contarono 14 coltellate. Io ho contato i giorni. 21 giorni dopo le coltellate lo stalking viene riconosciuto reato.
Edoardo sta scontando la pena. Probabilmente tra un anno sarà ai domiciliari. Io invece tra un anno sarò ancora qui, col sapore di terra e la compagnia dei vermi.





martedì 7 gennaio 2014

CONDOMINI E CATTIVI PENSIERI di Franca Berardi

CONDOMINI E CATTIVI PENSIERI di Franca Berardi

L’aveva notata già da diverso tempo ormai.
Lei arrivava sempre alla stessa ora, si sedeva allo stesso bar e sempre al solito tavolino di fronte al lungolago…beveva un caffè,
fumava una sigaretta e poi andava via in tutta fretta senza scambiare mai una parola con alcuno.

Così, lui, decise di seguirla…; l’aveva già fatto altre volte ma non era mai riuscito a vederla bene in viso; lei era sempre di schiena, mentre fumava in silenzio e camminava a passo sostenuto.
Né mai lui avrebbe osato avvicinarsi a lei visto che era timidissimo ed impacciato oltremodo.
In un freddo mattino di dicembre, dunque, lui la seguì mentre lei, quasi subito dopo, sparì tra un dedalo di stradine strette, per poi finire nel portone di una elegante palazzina, in stile liberty, posta nel
centro storico della città…
Anche lui entrò ed iniziò a salire su per le scale dietro di lei…
La donna si fermò sentendo i passi di lui e si voltò a guardarlo. 
Era bellissima! Lui rimase senza fiato.
Per giorni e giorni, ancora, aveva tentato di immaginare quel suo volto, ma ora che l’aveva finalmente visto, appariva ancor più sublime di quel che si aspettava, anzi più di quanto egli stesso potesse immaginare e sperare.
Lei lo osservò…, indugiò con lo sguardo che pareva avesse assunto un tono interrogatorio, visto che lui, non riusciva a smettere di fissarla.
Rosso in viso , dapprima, si scusò e aggiunse, con voce tremante, che stava cercando un signore ma non ricordava più a quale piano si trovasse poi, gli venne in mente un cognome che aveva letto frettolosamente sul citofono della palazzina quando per l’appunto , l’aveva più volte, pedinata nei giorni precedenti.
“Ah! -rispose lei- cerca il professor Milo? È sopra di me, secondo piano”…e, detto ciò, continuò a salire le scale senza aggiungere altro.
Lui ringraziò e riprese, come se nulla fosse, a seguirla, mentre il suo cuore pareva dovesse scoppiargli in petto da un momento all'altro.
Continuò così altre volte: la incontrava per le scale mentre fingeva di andare a prendere lezioni di matematica dal dottor Milo… e, finalmente, un giorno trovò il coraggio di chiederle se poteva offrirle un caffè, magari proprio in quel bar che lei ogni dì frequentava con assidua costanza.
Lei sorrise con estrema grazia… sembrava una donna d’altri tempi; così imbarazzata, timida e schiva, chiusa nel suo paltò grigio… ma anche compiaciuta dalle attenzioni di lui.
E così, iniziarono a frequentarsi con il fermo intento, però, di rimanere, comunque sia, amici e solo amici.
Ma si sa che ogni migliore proposito, chissà perché, poi …prende sempre un’altra piega e ,quindi, lei , dopo mille titubanze, lo invitò a salire a casa sua ma , giusto per bere un tè; non di più.
Ed, invece, così non fu forse perché la vita non va mai come si vorrebbe o forse perché si era venuta a creare un’intensa complicità tra loro due. 
Lei così timida e riservata, lui ormai un fiume in piena…
Iniziò una storia d’amore, ma prima di approdare a questa decisione, così a lungo elaborata e sofferta, ella gli dovette confessare che condivideva la casa con una sorella dispotica ed ostile che, con lei viveva non tanto per affetto quanto per pura convenienza visto che l’appartamento era intestato, ahimè, ad entrambe.
Dunque la sorella mal sopportava la presenza di quel ragazzo che si vedeva così costretto, ad incontrarsi con il suo grande amore in momenti fugaci e soprattutto lontano da certi occhi indiscreti ed impietosi…
Ma anche il loro vicino del piano di sopra, tal professor Milo, non se la passava bene…
Da diversi anni era separato dalla moglie che era andata a vivere in una città molto lontana, portandosi via i tre figli. 
Lui, colto dalla disperazione, aveva iniziato a bere poiché si sentiva fallito come marito, ma ancor più come padre poiché impossibilitato a vedere le proprie creature.
Aveva tentato più volte di contattarli, ma i parenti di lei non gliel'avevano mai concesso e così il poveretto, solo e sconfitto, iniziò a fare mille strane congetture…
Intanto, non disdegnava di andare a consolarsi dalle due sorelle che abitavano sotto di lui… 
In particolare, aveva fatto presa su quella più anziana che si sentiva molto attratta sia dalla sua penosa storia, sia dalla sua fisicità… a tal punto, che sognava di poterlo incontrare nel proprio appartamento, in separata sede, senza la presenza ingombrante della “sorellina” e del suo scomodo fidanzato.
A ben pensarci, le due donne avrebbero potuto trovare una soluzione alternativa e pacifica o qualche espediente più sensato, per dirimere la questione.
Ma,si sa, che i parenti non sono mai molto propensi ad andar d’accordo; semmai più proclivi a complicarsi la vita per il gusto e il piacere acclarato di farsi del male.
E così, le due sprovvedute, continuarono a farsi mille dispetti e ritorsioni.
Ma, anche l’inquilina del primo piano aveva le sue gatte da pelare, visto che doveva badare alla anziana madre affetta da una incipiente forma di demenza senile…
La giovane donna, nel prosieguo del tempo, vedeva sfiorire sempre di più il suo grande sogno e cioè quello di andare a studiare all'estero.
Talora , nei momenti di maggiore crisi, veniva assalita da pensieri che non le facevano onore, mentre imboccava l’esagitata mamma o le cambiava il pannolone.
Il padre, nel frattempo, se la spassava con una ragazza della sua stessa età.
Anzi ,spesso e volentieri, il “tenero” papà rimaneva fuori a cenare, se così si può dire,… con la sua nuova compagna, incurante della tragedia familiare che lo circondava.
Forse egli voleva sfuggire al dolore… oppure non era pronto ad affrontare una situazione così difficile ma, comunque sia ed ipotesi a parte, egli continuava a fare il ragazzino di sessant'anni, lasciando così alla figlia ogni onere; a scapito anche della sua stessa salute mentale. 
La figlia, del resto, più volte si era ribellata a questa forzata prigionia; più volte aveva scongiurato il padre di ritornare alla ragione, ma senza esito alcuno…
E così, ella ormai si sentiva in preda alla disperazione, in virtù del fatto che non vedeva più un futuro per sé.
Peraltro, intorno a lei, c’era la solitudine e solo quella, poiché, al momento, nessuno poteva sostenerla nel suo arduo compito.
Quindi, per quanto tempo ancora la giovane sfortunata avrebbe potuto reggere ad una situazione così pesante?
Intanto che badava alla madre, sempre più confusa, agitata e delirante, pensava che doveva passare al contrattacco con ogni mezzo e,… se prima pregava, ora iniziava a preparare inquietanti rappresaglie.
Del resto visto che, i suoi sogni non gli avrebbe mai potuti esaudire, sperava, almeno, di patteggiarli con il consenso e la benedizione di qualche entità superiore che dall'alto dirigeva quella sua vita così tormentata e sfortunata.
All'ultimo piano della stessa palazzina, abitava una sciccosissima ed appariscente signora che spesso e volentieri soleva litigare con la figlia. 
C’è da dire che la matura donna, si era separata da molti anni ormai ed aveva iniziato una convivenza, alquanto discutibile, con un bellimbusto che sfruttava la sua ricchezza e non più la sua bellezza quasi del tutto sfiorita.
La figlia era, ovviamente, preoccupata poiché sapeva che prima o poi, la madre avrebbe dilapidato ogni suo bene in quanto in preda ormai ad una folle storia d’amore che pareva più che altro molto simile ad una follia pura ove l’amore non c’entrava nulla.
Ormai, la povera donna, non riusciva più a gestire nulla in modo razionale.
Preponderante era per lei l’intento di accontentare le esose esigenze dell’amante che non disdegnava, di certo, di essere trattato al pari di un principino.
La ragazza, invece, si era messa con un giovane di belle speranze ma che apparteneva, suo malgrado, ad uno status sociale molto basso, anzi quasi scadente. Anche lei, folle d’amore, come sua madre del resto, voleva aiutarlo a studiare, visto che egli era privo di mezzo alcuno per farlo. 
Ma la madre, obnubilata irrimediabilmente dalla passione, era troppo intenta a coccolare il bell'”Antonio” per potersi curare di lei… 
Talora, la povera ragazza, in preda alla disperazione, si rifugiava a piangere in cucina dopo l’ennesimo rifiuto della mamma di concederle un aiuto finanziario. Anzi vi è da dire che, oltre ciò, la sciamannata spendacciona, contestava in malo modo il fatto che la figlia frequentasse un plebeo.
Probabilmente agiva in tal modo, per giustificare il proprio operato e non sentirsi così in colpa…
Comunque sia, perseverava in questo suo atteggiamento ostile ed impietoso.
Intanto… al terzo piano dello stesso stabile, abitava una nobildonna decaduta da molto tempo ormai, sia nel corpo che nelle sostanze economiche e così , dopo anni di fasti, di lussi condivisi con il marito ed i figli, si era improvvisamente trovata in cattive acque.
Aveva, dunque, deciso, suo malgrado, di vendere la nuda proprietà di quello immobile tanto amato e pieno di ricordi…
Allorquando, per l’appunto, viveva felice ed orgogliosa del suo status sociale molto invidiato, peraltro, dal resto dei condomini, che spesso si lasciavano andare a commenti sgradevoli e discutibili.
Morto il marito, però, tutto era cambiato improvvisamente; i figli avevano sperperato oltre modo ogni loro bene senza che ella avesse trovato il tempo di rendersene conto… forse distratta da una vita fin troppo agiata e facile.
Pertanto, qualcosa era sfuggito al suo controllo, ebbra com'era, di una felicità che, ormai, era finita prima del previsto.
E così, la improvvida anziana, si vide costretta a vendere in primis i gioielli di famiglia ed alla fine, su consiglio di molti, anche la nuda proprietà.
L’acquirente, manco a farla apposta, era uno dei condomini, quello più ostile per il vero, che l’aveva sempre detestata ed invidiata.
Ora il suo rovinoso crollo economico, era per lui una rivincita morale di non poco conto, visto che, la signora, negli anni migliori, non si era mai neanche lontanamente degnata di prenderlo in considerazione.
Giusto, talora, gli elargiva un saluto frettoloso che suonava come un rifiuto cortese ma, al contempo, raggelante.
L’uomo, ormai, sapeva di averla in pugno e non vedeva l’ora di contraccambiarle la cortesia; ed , intanto, che assaporava il piacere della vendetta, aspettava il suo trapasso per occupare l’agognato appartamento.
Ma la signora, a dispetto di tutti, godeva di ottima salute, nonostante i suoi ottant'anni suonati…
Invero, se li portava male, era vecchieggiante sì… ma con una invidiabilissima  salute di ferro. 
Il suo sguardo si era spento , così come la sua alterigia, ma il cuore reggeva con ostinato orgoglio. 
E così, va da sé che il suo vicino le faceva mille dispetti e le lanciava maledizioni di ogni tipo e che, per il loro contenuto, avrebbero spaventato anche il più consumato esperto di magia nera.
E, intanto, un’altra piccola tragedia familiare si stava consumando al primo piano dello stesso stabile, ove alloggiava una vecchietta in totale solitudine.
Aveva, però con sé, un cagnolino che pareva persino più vecchio di lei, tant'era secco, rugoso e spelacchiato…
In compenso possedeva delle corde vocali possenti, a tal punto, che, appena percepiva i passi di qualcuno, iniziava a latrare al pari di un alano.
Ma, quella piccola creatura, rappresentava da anni ormai l’unico conforto per quella sfortunata signora dimenticata dai figli e dalla vita.
Sullo stesso pianerottolo abitava, invece, una coppietta che mal sopportava l’anziana donna; eppure c’era da notare che, gli spocchiosi inquilini, giovani e con figli, si erano sempre dichiarati di sinistra e peroravano la causa dei più deboli, degli emarginati…
Ma, tra le mura domestiche, palesavano le loro bassezze interiori più autentiche…
L’anziana signora, non li commuoveva per niente, anzi la consideravano antipatica e maleodorante alla stessa stregua del suo povero cagnolino. 
E, come se non bastasse gli incongruenti sinistroidi…, incoerenti anche nell'animo e nella mente, si lasciavano andare a liti furiose che riguardavano l’educazione dei figli preludio questo, ad una separazione imminente.
E, sempre , in questo condominio così variegato ed animato, abitava un giovane che soleva litigare spesso e volentieri con la madre poiché non accettava la presenza del nuovo convivente di lei… egli la minacciava continuamente di andar via al fine di raggiungere il padre che tanto vagheggiava ed idealizzava.
Forse perché quell'uomo, più non era con lui a condividere il quotidiano…
Ed un altro giovane del piano di sotto, non dava di sé un bello spettacolo.
Reclamava a viva voce i propri diritti e, le sue parole accese, venivano udite da quasi tutti i condomini.
Si accendevano furiose diatribe poiché egli pretendeva di sposarsi e di aprire un negozio… dimentico del fatto, che i genitori non potevano fronteggiare le sue richieste.
Ma lui non voleva aspettare né addivenire a più miti consigli… accecato tra l’altro, da una gelosia morbosa nei confronti del fratello maggiore che in effetti aveva ottenuto ciò che gli spettava…
L’altro, rancoroso più che mai, aveva totalmente tralasciato un piccolo particolare e cioè che il suo congiunto, tanto detestato, aveva risparmiato a lungo per consentirsi al fine una vita più agiata… mentre lui, aveva vissuto al di sopra delle sue possibilità.
Ed una giovane donna che, viveva in un bilocale da qualche anno, era in preda alla disperazione più assoluta poiché abbandonata dal marito.
Ella, dunque, non poteva più onorare le spese condominiali, tra lo sconcerto e lo sdegno degli altri inquilini, che speravano che ella venisse sfrattata al più presto…
Nel frattempo, però, aveva accolto in casa sua, il fidanzato della figlia che, nel tempo, cercava di aiutarla con il suo lavoro molto precario.
Ma, intanto , il giovane si sentiva molto attratto dalla bellezza di quella donna tanto sfortunata e non lo nascondeva, né cauto si mostrava agli occhi della fidanzata che iniziava così a manifestare, in modo acceso, il suo disappunto…
Da quella palazzina, or dunque quasi tutti i giorni, si sentivano echeggiare le voci concitate di persone infelici, che sognavano di
fuggire da situazioni dolorose e spiacevoli ed intanto, più in là, di fronte al lungo lago s’intravedevano due giovani seduti al tavolo di un bar.
Si baciavano e sognavano un futuro migliore, tra un caffè ed una
sigaretta, mentre l’acqua del lago, sotto un’algida luna, sembrava ancor più piatta, grigia ed indifferente.

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