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mercoledì 13 marzo 2013

Charles Bukowski, detto Hank

DEDICATO A CHARLES BUKOWSKI, DETTO HANK





Questo vuole essere un piccolo omaggio ad un uomo che ha vissuto fuori da ogni regola e convenzione. Di lui si può dire di tutto e il contrario di tutto ma è innegabile che fu un grande scrittore e l'incarnazione di un malessere generazionale che Hank interpretò a suo modo.




"Voglio una vita maleducata, di quelle vite fatte così. Voglio una vita che se ne frega, che se

ne frega di tutto sì. Voglio una vita spericolata, di quelle che non dormi mai". Se Henry

Charles Bukowski, detto Hank, avesse sentito la famosa canzone di Vasco Rossi, c'è da

scommettere che se ne sarebbe innamorato al volo. Probabilmente ne avrebbe fatto un suo

inno. Non paia troppo azzardato ai fan di "Hank" (come spesso chiamava, con civetteria

autobiografica, molti personaggi dei sui libri) l'accostamento con il cantautore nostrano,

ma Bukowski, nato il 16 agosto 1920 ad Andernach (una piccola cittadina tedesca nei pressi

di Colonia), la vita spericolata, la vita da strada e randagia, l'ha probabilmente incarnata al

meglio, come pochi altri al mondo.


...le sue ultime parole: "Ti ho dato tante di quelle occasioni che avresti dovuto portarmi via

parecchio tempo fa. Vorrei essere sepolto vicino all'ippodromo... per sentire la volata sulla

dirittura d'arrivo", la morte lo colpisce il 9 marzo 1994.

Brano tratto da:
http://biografieonline.it/biografia.htm?BioID=994&biografia=Charles+Bukowski




PAREGGIARE I CONTI dalla raccolta "L'amore è un cane che viene dall'inferno"

ci eravamo fatti un sacco di spinelli e 
qualche birra e mentre ero stravaccato a letto
lei mi fa: « senti, ho fatto tre aborti
uno dietro l'altro nel giro di poco tempo, e non ne posso più 
di aborti, non voglio che mi infili dentro
quel coso! »

era lì bello duro e lo stavamo entrambi 
guardando.
«ah, dai» dissi, «la mia ragazza si è sbattuta
2  tizi diversi questa  settimana  e sto cercando di ·
pareggiare i conti.»

«non tirarmi dentro nelle tue stronzate
private! quello che voglio che tu faccia adesso è 
AMMOSCIARE quel coso mentre IO GUARDO! 
voglio GUARDARE mentre spari FUORI quella roba! 
voglio vederlo sprizzare SUCCO!»

« o.k. avvicina la faccia . »

lei l'avvicinò e dopo essermi sputato sul palmo
della  mano  cominciai  a  menarmelo.

diventò più duro. appena prima di essere pronto 
mi fermai, lo tenni stretto
tirando alla base,
la cappella si gonfiò 
violacea  e lucente.
« oooh » disse.
vi protese sopra la bocca, lo succhiò
e
lo respinse ..

«vai, va' fino in fondo» dissi.
«no!»

lo rimenai e mi fermai ancora 
all'ultimo momento e tenendolo 
alla base lo agitai.

lo guardava
si piegò ancora 
succhiò
e lo respinse.

alternammo i gesti 
avanti e indietro

all'infinito .

finalmente la strappai via 
dalla sedia
sul letto 
da sopra
glielo infilai 
la  sbattei
la sbattei 
e venni.

quando uscì dal bagno 
disse:
«ti amo, figlio di puttana ,
ti amo da tanto tempo. 
quando torno a Santa Barbara 
ti scrivo.

vivo con questo tipo ma
lo odio, non so nemmeno cosa ci sto 
a fare con lui».

« o.k. » dissi, «ma adesso sei su
di giri. potresti prendermi un bicchiere 
d'acqua? ho sete. »

entrò in cucina e
la sentii recriminare che 
tutti i miei bicchieri erano 
sporchi.


le dissi di usare
una tazzina.
sentii l'acqua scorrere e pensai:
un'altra  chiavata 
e sarò in pari
è potrò amare ancora la mia ragazza - 
cioè
sempre che non se ne sia fatto uno
extra
e probabilmente
è così.





Dal Corriere della Sera dell' 11 marzo 2005

E' morto a 73 anni l'autore di "Storie di ordinaria follia". 
Girovago, alcolista, rifiutato dalla società americana, conobbe la gloria in Europa. E divenne una leggenda. 
di Fernanda Pivano

Charles Bukowski è morto l'altro ieri in un ospedale di San Pedro (California), dov'era ricoverato per leucemia. Aveva 73 anni. Dai suoi libri sono stati tratti due film famosi: "Storie di ordinaria follia" di Marco Ferreri e "Barfly" di Barbet Schroeder. 
E' morto Charles-Henry-Hank Bukowski, sposato con la dolcissima Linda Lee Beighale, padre di una figlia ormai adulta avuta dalla prima moglie: è morto di leucemia o di polmonite o delle orribili cose di cui si muore a conferma che la vita non è così bella come cercavamo di fargli credere, circondato dai fiori coltivati da Linda e dai tre gatti raccolti qua e là perché non morissero di fame. 
Ora arriveranno le cronache, i soliti pettegolezzi, li dovremo anche raccontare ma c'è una cosa che vorrei dire per prima: che Bukowski era un grandissimo scrittore, uno scrittore nato, un narratore della levature forse di un Hemingway, certo di Norman Mailer (e con l'ambizione di entrambi), uno scrittore nato che si metteva lì, con gli occhi socchiusi da animale braccato e quel sorriso alla Mickey Rourke, a rispondere sottovoce, lentamente a una domanda finchè la risposta non prendeva forma e diventava intensa. 
Così, presto, ci accorgevamo di ascoltare un racconto, di quelli che poteva benissimo pubblicare, intensi, disperati come tutto quello che scriveva, senza futuro, sempre intrisi di dolore, senza speranza e senza sorriso: solo in compagnia del vuoto di chi ha conosciuto la sabbia portata dal vento tra le immondizie e gli scarafaggi su pareti senza colore. 
Passavo giornate intere con lui, dal tramonto quando tornava dalle corse, felice se guadagnava 25 dollari molto più se gli avevano stampato 500 mila copie di un libro. "Che cosa racconterai ora che hai raccontato tutto anche della tua infanzia?", gli chiedevo. "Non ti preoccupare", mi diceva sornione. 
Avrà pubblicato anche la storia della sua morte? Da mesi non riuscivo a parlargli; rispondeva al telefono una voce femminile, forse era una governante, o un'infermiera, mai quella di Linda. Quando fecero a Venice un manifesto per la guerra del Golfo, Silvia Bizio, nostra comune amica, mi disse che Bukowski non andò, ma per la prima volta scrisse tre poesie contro la guerra. Le recapitò a Linda e Linda le lesse forte per lui. "Non stava bene", disse; e a Natale mandò a Silvia un biglietto di auguri, spiegando che Hank non era ancora guarito. 
Voleva essere chiamato Hank; Henry non lo voleva perché glielo avevano dato i genitori, Charles era troppo solenne e poi quello preferito dagli editori. Questi erano Barbara e John Martin della Black Sparrow di Los Angeles, una piccolissima casa editrice di Santa Barbara nata nel 1966 quando Martin, allora capo di una ditta di forniture per uffici, vendette la sua collezione di "prime edizioni" e pubblicò il primo libro di un bevitore famoso, di quelli che bevono nei bar dei marinai, si azzuffano con tutti e finiscono a bere da soli distesi sul pavimento: era poesia esplicita e la prosa ricordava lo stile di Henry Miller. Martin gli offrì 100 dollari al mese perché lasciasse il suo lavoro di fattorino alle poste e lavorasse soltanto a un romanzo. Bukowski lo ascoltò e abbandonò l'impiego: alla fine di un gennaio telefonò dicendo che il romanzo era finito. 
Con quella telefonata iniziò la sua carrira di scrittore e anche la fortuna dell'editore. John Martin così sintetizzò il loro incontro: "Il signor Rolls incontra il signor Royce". Intanto Bukowski si conquistò un pubblico facendo uscire qua e là frammenti e racconti sulle riviste che allora si chiamavano underground. La collaborazione più regolare fu quella con Open city, dopo quella al Los e al Los Angeles Free Press; su quel giornale tenne una rubrica chiamata Note di un vecchio sporcaccione che segnò il suo ingresso (1969) nella galleria di letterati della casa editrice di Lawrence Ferlinghetti, la City Lights Books. Il libro fu accolto con disprezzo dalla critica dell'establishment ma Bukowski aveva ormai un suo pubblico che lo andava ad ascoltare ai readings di poesia e non cercava soltanto in lui il "poeta" ma il "poeta maledetto". 
Nel 1971 uscì Post Office, il suo primo romanzo, scritto in diciannove giorni, che racconta le sue avventure di postino con donne per lo più mitomani incontrate nelle ore di lavoro e rivela uno stile già molto scaltro nell'uso sia del linguaggio vernacolare sia di un'autoironia non ancora intrisa di cinismo ma già abbastanza densa da sfiorare una personalissima denuncia sociale mescolata ad un forte individualismo anarchico. 

Nel 1980, quando facemmo un'intervista di 150 pagine, la sua adolescenza, la sua infanzia, la sua giovinezza, risultarono con una chiarezza ormai priva di dubbi; e intanto Bukowski continuava a regalarci storie su storie e due film dei quali chiacchieravamo nella sua stanza di soggiorno, dove un anno gli riempirono il camino di 51 bottiglie di birra (una di scorta) per festeggiare il cinquantesimo compleanno. Mi faceva cucinare da Linda un minuscolo pesce arrosto e beveva a tavola acqua di Perrier al sapore di cilegia. Poi ritornava a bere nel suo studio del primo piano dove da grande ubriaco si metteva a correggere con minuzia da stilista le pagine scritte la notte precedente. 
Quando uscivo mi baciava la mano come uno studente inglese dell'800 e mi porgeva una rosa della sua siepe, lì sulla porta d'ingresso. Un giornalista italiano non ci credette; gli chiese se era vero. Bukowski insaccò il collo da King Kong come faceva quando gli giravano le scatole e disse: "Certo che è vero. Viene qui questa gentile signora che ha passato la vita ad aiutare i nostri libri in Italia: cosa volete che faccia, che la stupri?".



Il nome di Bukowski è stato spesso associato al movimento della Beat Generation a causa del suo stile informale e dell'atteggiamento anticonformista verso la letteratura, ma lui non si è mai identificato come un "Beat" ed io, per quello che vale, sono perfettamente d'accordo perché ritengo che se si voglia avvicinare Hank a un movimento letterario si debba parlare di lui come di un "poeta maledetto" non solo per il suo stile di vita ma anche perché non ha mai rinnegato le sue radici europee, quell'europa  alla quale si sentiva legato, anche se cresciuto in america ma la sua  america non era quella degli "states", quella dei grandi spazi, ma una  america casalinga e in particolare si identificava in una città, Los Angeles.
In un'intervista del 1974 disse: “Vivi in una città tutta la vita, e arrivi a conoscere ogni puttana all'angolo e metà di loro le hai già scopate. Hai il menabò, la struttura, dell'intera zona. Hai una foto di dove sei... Essendo cresciuto a Los Angeles, ho sempre avuto il sentimento geografico e spirituale di essere qui. Ho avuto il tempo di conoscere questa città. Non vedo altro posto che L.A.”
(f.g)



venerdì 23 dicembre 2011

Dio è morto!






F. Nietzsche, La gaia scienza, aforisma 125





125. L’uomo folle. – Avete sentito di quel folle uomo che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente: “Cerco Dio! Cerco Dio!”. E poiché proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, suscitò grandi risa. “È forse perduto?” disse uno. “Si è perduto come un bambino?” fece un altro. “0ppure sta ben nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato? È emigrato?” – gridavano e ridevano in una gran confusione. Il folle uomo balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi: “Dove se n’è andato Dio? – gridò – ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Chi ci dètte la spugna per strusciar via l’intero orizzonte? Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci moviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto piú freddo? Non seguita a venire notte, sempre piú notte? Non dobbiamo accendere lanterne la mattina? Dello strepito che fanno i becchini mentre seppelliscono Dio, non udiamo dunque nulla? Non fiutiamo ancora il lezzo della divina putrefazione? Anche gli dèi si decompongono! Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! Come ci consoleremo noi, gli assassini di tutti gli assassini? Quanto di piú sacro e di piú possente il mondo possedeva fino ad oggi, si è dissanguato sotto i nostri coltelli; chi detergerà da noi questo sangue? Con quale acqua potremmo noi lavarci? Quali riti espiatòri, quali giochi sacri dovremo noi inventare? Non è troppo grande, per noi, la grandezza di questa azione? Non dobbiamo noi stessi diventare dèi, per apparire almeno degni di essa? Non ci fu mai un’azione piú grande: tutti coloro che verranno dopo di noi apparterranno, in virtú di questa azione, ad una storia piú alta di quanto mai siano state tutte le storie fino ad oggi!”. A questo punto il folle uomo tacque, e rivolse di nuovo lo sguardo sui suoi ascoltatori: anch’essi tacevano e lo guardavano stupiti. Finalmente gettò a terra la sua lanterna che andò in frantumi e si spense. “Vengo troppo presto – proseguí – non è ancora il mio tempo. Questo enorme avvenimento è ancora per strada e sta facendo il suo cammino: non è ancora arrivato fino alle orecchie degli uomini. Fulmine e tuono vogliono tempo, il lume delle costellazioni vuole tempo, le azioni vogliono tempo, anche dopo essere state compiute, perché siano vedute e ascoltate. Quest’azione è ancora sempre piú lontana da loro delle piú lontane costellazioni: eppure son loro che l’hanno compiuta!”. Si racconta ancora che l’uomo folle abbia fatto irruzione, quello stesso giorno, in diverse chiese e quivi abbia intonato il suo Requiem aeternam Deo. Cacciatone fuori e interrogato, si dice che si fosse limitato a rispondere invariabilmente in questo modo: “Che altro sono ancora queste chiese, se non le fosse e i sepolcri di Dio?”.



                                       Dio è morto!

Per Nietzsche la morte di Dio significava, metaforicamente, che l'uomo finalmente poteva dedicarsi allo sviluppo delle sue abilità creative, senza dover sottostare a delle concezioni pre-confezionate da una morale religiosa che ha avuto ed ha come scopo principale quello di tenere prigioniero l'uomo, imponendogli una fede che non può essere messa in discussione e che impedisce all'uomo stesso di porre le basi per una sua ricerca personale.

L'abbandono di questa fede permetterebbe agli uomini di smettere di guardare ad un regno soprannaturale  dando loro la possibilità di iniziare a comprendere il valore di questo mondo pieno di contraddizioni ma nel quale si muovono quotidianamente.

Lo stesso Nietzsche nei "Frammenti postumi" asserisce che:<<>.

Certo, una sfida, un azzardo ma che potrebbe portare l'uomo alla "rivalutazione di tutti i valori".

martedì 13 dicembre 2011

Jim Morrison (James Douglas Morrison)








Secondo Morrison, uno dei più importanti eventi della sua vita avvenne nel 1947 durante un viaggio con la famiglia nel Nuovo Messico. Egli descriveva così questo fatto:





« La prima volta in cui ho scoperto la morte... io, mia madre, mio padre, mia nonna e mio nonno stavamo viaggiando in auto attraverso il deserto all'alba. Un camion carico di Indiani Navahos aveva sbattuto contro un'altra auto o qualcos'altro: c'erano Indiani insanguinati che stavano morendo sparsi per tutta la strada. Ero solo un bambino e per questo dovetti restare in macchina mentre mio padre e mio nonno scesero a guardare.
Tutto ciò che vidi fu una divertente vernice rossa e della gente distesa attorno, ma sapevo cosa stava succedendo, perché riuscivo a sentire i fremiti delle persone intorno a me, e all'improvviso capii che loro non sapevano più di me cosa stava accadendo. Quella fu la prima volta che ebbi paura... ed ebbi la sensazione, in quel momento, che le anime di quegli Indiani morti - forse una o due di esse - stavano correndomi intorno, ed entravano nella mia anima, e io ero come una spugna,pronto a sedermi là e assorbirle »

Cantante, poeta, musicista, genio, sregolatezza ? Forse tutte queste cose insieme ma penso principalmente che Jim fosse un essere umano, geniale si, ma con tutte le  contraddizioni portate alle estreme conseguenze! Nella storia dell'umanità ogni tanto ne nasce qualcuno e sicuramente lascia il segno. Spesso questi personaggi muoiono giovani, come Jim, e allora l'uomo diventa leggenda!


Jim Morrison - Lo scandaloso concerto di Miami





Il monologo sovversivo, esasperato dai fumi dell'alcol, di un Jim Morrison in preda a furore dionisiaco, nel corso del concerto a Miami del 1° marzo 1969 che degenerò in una sommossa del pubblico e costò al cantante una denuncia per oscenità.

Autoascolto 


A volte indugio ascoltando
La macchina vitale che
Mi pulsa nel corpo:
Sento il battito cardiaco
Ritmare lievi colpi sordi,
Seguo il flusso sanguigno
Percependone il tepore,
Avverto il palpito delle
Viscere e il vellicare
Della peluria rada
e i guizzi muscolari
e la rigidità delle ossa.
Ogni volta l'auscultazione
Finisce con lo smarrimento
Nelle pozze dei pensieri,
Umori che come acque ferme
Mi ristagnano nel cervello.


Jim Morrison il poeta
                                                              La Vita di Jim Morrison


Jim Morrison nacque l'8 dicembre 1943 a Melbourne in Florida da un ufficiale di marina e da un casalinga. Cantante, poeta, film-maker, è stato soprattutto una leggenda della musica.

Voce leader dei Doors, è stato uno dei principali riferimenti per intere generazioni di giovani negli anni della guerra del Vietnam, dell'assassinio dei fratelli Kennedy e di Martin Luther King. Animale da palcoscenico, eroe maledetto, angelo ribelle, il Re Lucertola - Lizard King - è stato profeta della libertà. Per i suoi inviti alla trasgressione l'FBI ha aperto un dossier su di lui, e nel 1969 è stato perfino arrestato per oscenità. La sua morte precoce nel 1971 lo ha trasformato in un mito: da allora le raccolte dei Doors continuano ad andare a ruba, e ogni anno migliaia di giovani si recano in pellegrinaggio sulla sua tomba nel cimitero di Père Lanchaise a Parigi.

Di famiglia medio borghese, aveva due fratelli ai quali non si sentì mai particolarmente legato. Trascorse la sua infanzia cambiando spesso paese a causa dei trasferimenti di suo padre, uno dei motivi che lo hanno sempre immerso in un contesto di solitudine. Tra lui e la sua famiglia non correvano buoni rapporti così appena fu possibile se ne andò per frequentare l'università cinematografica dell'UCLA.

Si può dire che fu proprio durante gli studi universitari che Morrison si creò la prima vera cerchia di amici. L'humus e le possibilità che regnavano nell'ateneo e nel frequentare le lezioni gli davano infatti l'opportunità di conoscere un numero straordinario di persone. Inoltre, fu proprio frequentando l'Università che incontrò un futuro compnente dei Doors, il chitarrista e compositore Roy Manzanek, il quale coinvolse Morrison nelle sue già avviate attività musicali, come quella di apparire per gioco in alcuni concerti organizzati da lui.

L'idillio però non durò a lungo, poichè Morrison abbandonò l'università dopo che un suo cortometraggio fu rifiutato per una apparizione al "Royce Hall".

Iniziò così a frequentare la spiaggia di Venice, luogo che vide la nascita di molte canzoni come "Hello, I love you" e "End of the night". Formò poi un gruppo appunto col suo amico di università Ray e decise di chiamarlo "the Doors", nome ricavato dalle strane elucubrazioni che Morrison era solito fare: egli infatti sosteneva esistessero nel mondo il noto e l'ignoto, e che questi due mondi fossero divisi da una sorta di porta: ed è proprio una di queste "porte" comunicanti che lui voleva essere.

Intanto, il cantante era arrivato ormai al punto di prendere pasticche di LSD con grande facilità, arrivando a fare azioni bizzarre e discutibili, come quella di andare nel deserto per provare la mescalina nella sua forma pura: aveva letto che, secondo alcuni studi, dava effetti di vera follia...

Esplosi i Doors con il primo, splendido album (uno dei migliori esordi della storia del rock), Morrison divenne per milioni di fan un'avvincente ribelle, mentre per l'America benpensante rappresentava una sorta di pericolo pubblico. La sua vita "sentimentale", sempre molto affollata, era minata da comportamenti lunatici ed imprevedibili: passava da una calma assoluta ad attacchi improvvisi di violenza. Nel 1970 Jim sposò Patricia, una delle sue donne, con un matrimonio "Wicca" (un rituale che corrisponde ad una specie di unione cosmica). Il matrimonio, come prevedibile, non durò a lungo, a causa dell'inesausta "poligamia" di Morrison.

Dopo una vita all'insegna di eccessi di tutti i tipi, Morrison si spense il 3 luglio 1971, a soli 27 anni, generando da quel momento un'infinità di pettegolezzi e false notizie circa le modalità (o addirittura la veridicità) della sua scomparsa. Le cause della sua morte infatti sono tuttora ignote: Pamela Carson, la sua compagna del momento, morta oltretutto di overdose tre anni dopo di lui, disse solo di averlo trovato morto nella vasca da bagno. Quando gli amici arrivarono a Parigi, poi, la bara era già chiusa. Non poterono dunque vedere il cadavere del cantante ma solo visionare il suo certificato di morte. L'autopsia non fu fatta. Il certificato medico parla genericamente di "morte naturale" per arresto cardiaco.

A Parigi, nella Ville Lumiere, si era trasferito quattro mesi prima assieme alla sua ragazza. Ne aveva abbastanza dei Doors e della California, malgrado la band gli avesse dato fama e ricchezza. Voleva costruirsi una nuova vita come poeta. "Il rock è morto", ripeteva.
Oggi la sua tomba nel cimitero parigino Pére Lachaise è un monumento nazionale e viene visitato da una media di cento fans al giorno.



dal sito biografieonline.it

martedì 15 novembre 2011

Intorno alle... libertà!

                                                       



La prima parola del motto repubblicano, Liberté fu all'inizio concepita secondo l'idea liberale. La Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino (1795) la definiva così: «La libertà consiste nel potere di fare ciò che non nuoce ai diritti altrui». «Vivere liberi o morire» fu un grande motto repubblicano. Sotto il governo di Maximilien de Robespierre, detto del Terrore (Terreur), divenne famoso il motto: «Nessuna libertà per i nemici della libertà».
Con l'avvento del Regime del Terrore, imposto da Robespierre, il motto "Liberté, Égalité, Fraternité" fu talvolta scherzosamente  modificato in "Liberté, Égalité, Fraternité, la Mort", alludendo all'ambiguità con la quale operava la Convenzione in quel periodo.
L' impero di Napoleone Bonaparte affossò completamente questi ideali: milioni di morti che trasformarono l'europa in un cimitero e tutto questo solo per il conseguimento di un potere personale, con buona pace di questi ideali seppelliti insieme ai morti.

La restaurazione diede il colpo di grazia, si deve arrivare alle Costituzioni del  1946 e 1958 che riconoscono il valore che il triplice motto ha per la storia della Francia, e da quel momento Liberté, Égalité, Fraternité rappresentano un valore così grande da travalicare i confini di quel paese. Ma in questo intervallo temporale assistiamo al nascere, in Europa, di tre regimi dittatoriali che, quasi contemporaneamente, soffocarono brutalmente tutti e tre gli ideali di libertà, eguaglianza e fraternità. La storia dell'evolversi di questi tumori è troppo nota per essere raccontata e alcuni danni che hanno prodotto fanno ancora parte della storia di oggi; un esempio per tutti, la questione palestinese ancora aperta!
Ancora oggi, nonostante gli sforzi di tutti gli organismi internazionali preposti a fare rispettare questi tre principi, la loro attuazione è solo un'utopia. Fino a quando l'uomo non comprenderà pienamente e farà suo il principio di libertà, il primo, gli altri sono conseguenziali, e fino a quando non sarà pronto a sacrificare anche la sua vita stessa perché venga rispettato, le ingiustizie, le prevaricazioni sui più deboli non cesseranno di macchiare di sangue il nostro pianeta azzurro, la nostra madre Gea.
Fino a questo momento ho parlato di libertà nel campo dei diritti umani e sociali del singolo e dei popoli, in quanto aggregazioni di singoli individui e temo, che fino a quando anche l'ultimo dei diseredati non avrà ben chiaro dentro di se il principio che la libertà è sacra per tutti, non vi potrà essere vera libertà perché i governanti, se non pungolati dal basso, tenderanno sempre a distorcere e a piegare ai propri interessi il significato del termine LIBERTA'.
Ma esiste un'altra libertà, quella spirituale, che può prescindere dalla prima, la libertà fisica (si può essere liberi interiormente anche in catene), e che può realizzarsi solo se l'uomo troverà in se stesso quella forza interiore che lo sosterrà e se sarà disposto a mettere in gioco tutto il suo essere nel suo complesso. Uno di questi esempi di ... innamorati della libertà è rappresentato dalla figura di un libero pensatore, Jiddu Krishnamurti che fu pronto a rinunciare ai privilegi di un avatar all'interno della società teosofica per affermare il  diritto alla sua libertà interiore, rifiutando qualsiasi tipo di condizionamento.




Per Krishnamurti, la società teosofica aveva creato l'Ordine della Stella quando Krishnamurti aveva appena 16 anni -, una sorta di congregazione all’interno della società teosofica per preparare il mondo all’avvento del Maestro.
Però già a vent’anni Krishnamurti si sentiva in realtà una sorta di burattino nella mani della società teosofica. A trent’anni muore il suo fratello Nitya, l’amico inseparabile. E questo fece dubitare Krishnamurti dell’effettiva protezione da parte dei Maestri invisibili. Per di più all’interno dell’Ordine della Stella si stavano facendo avanti delle tensioni, dei tentativi, da parte di alcuni, di attribuirsi delle responsabilità di prestigio dentro questo movimento.
Insomma il trent’enne Krishnamurti era quasi al limite di sopportazione di questa situazione. Già in un discorso del ’26, a Ommen, in Olanda, disse che non voleva fare la parte dell’autorità che avrebbe liberato tutti, che chi lo credeva si sbagliava. Tre anni dopo, nel 1929, all’età di 34 anni, fece sempre a Ommen, in Olanda, davanti a 3000 seguaci, il suo discorso dello scioglimento dell’Ordine della Stella, dimostrando di avere un coraggio incredibile: lasciare una vita di privilegi che avrebbe condizionato la sua libertà, per un'altra vita piena di incertezze. Il suo discorso si concentrò particolarmente sul concetto di libertà! Qui di seguito i passi più importanti:
“Ritengo che la Verità sia una terra senza sentieri e che non si possa raggiungere attraverso nessuna via, nessuna religione, nessuna scuola. Questo è il mio punto di vista, e vi aderisco totalmente e incondizionatamente”
“La fede è qualcosa di assolutamente individuale, e non possiamo e non dobbiamo istituzionalizzarla”
“L’organizzazione diventa uno schema in cui i membri trovano la loro collocazione. Non si ricerca più la Verità, non si mira più alla vetta, ma ci si scava una comoda nicchia in cui collocarsi o in cui farsi collocare dall’organizzazione, pensando che sarà l’organizzazione a condurci alla Verità. A mio parere, questo è il primo motivo per cui l’Ordine della Stella va sciolto”
“io non voglio seguaci e lo sottolineo. Nel momento stesso in cui si segue qualcuno non si segue più la Verità.”
“Il mio interesse va a un’unica cosa essenziale: la liberazione dell’uomo. Desidero liberarlo da tutte le sue gabbie e tutte le sue paure, e non dargli una setta o una religione in più, non formulare nuove teorie o nuove filosofie”
“ho un unico scopo: rendere l’uomo libero, spingerlo verso la libertà, aiutarlo a staccarsi da tutti i limiti, perché soltanto ciò può dare eterna felicità, soltanto ciò può dare la realizzazione incondizionata del sé”
“il mio desiderio è che coloro che cercano di capirmi siano liberi e non che mi seguano o che mi trasformino in una gabbia per ricavarne un’altra religione o un’altra setta. Al contrario, vorrei che fossero liberi da ogni paura: dalla paura della religione, dalla paura della salvezza, dalla paura della spiritualità, dalla paura dell’amore, dalla paura della morte, dalla paura stessa della vita.”
“voglio che l'uomo sia libero, gioioso come un uccello nel cielo splendente, sgravato, indipendente ed estatico nella sua libertà.”
“Un giornalista che mi ha intervistato considera un gesto meraviglioso sciogliere un’organizzazione che conta migliaia di membri. Un grande gesto perché, come mi disse: "Che cosa farà adesso, come vivrà? Non avrà più seguaci e nessuno verrà più ad ascoltarla". Se vi saranno anche solo cinque persone che vogliono ascoltare, che vogliono vivere con il viso rivolto all’eternità, sarà sufficiente”
E conclude dicendo: “Potete costituire un’altra organizzazione e aspettare qualcun'altro. Non mi interessa, così come non mi interessano le gabbie, né nuove decorazioni per le gabbie. Il mio unico scopo è rendere l’uomo totalmente, assolutamente libero.”

Quello che ho esposto fino ad ora rappresenta due aspetti, del medesimo concetto di libertà, che in apparenza possono sembrare diversi. Nel primo caso si tratta di un principio di libertà che coinvolge l'uomo inteso come membro di una società civile, con regole e leggi da rispettare che possono mutare in funzione del modello di società che le applica. La schiavitù dei negri, in america, fino al 1863 era legalizzata! Questo è solo un esempio!

Ma esiste un concetto più ampio di libertà che va al di là di quella fisica dell'individuo, anche se la comprende, perché considera l'uomo nella sua molteplicità (corpo e anima) : verso questa libertà deve tendere il superuomo, cioè l'uomo che vuole superare se stesso.

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