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domenica 8 marzo 2015

JOUMANA HADDAD - A mia figlia

JOUMANA HADDAD


HO UCCISO SHAHRAZAD
Confessioni di una donna araba arrabbiata


figlia


A mia figlia
quella che potrei avere / non avere mai.
Attesa, inaspettata,
voluta, temuta,
sognata, stretta tra le braccia
fatta di speranza, fatta di carne
vera, inverosimile
con mille nomi
ma sempre senza nome
nata,
non nata
amata nelle sue due foreste.


JOUMANA HADDAD - A mia figlia

JOUMANA HADDAD


HO UCCISO SHAHRAZAD
Confessioni di una donna araba arrabbiata


figlia


A mia figlia
quella che potrei avere / non avere mai.
Attesa, inaspettata,
voluta, temuta,
sognata, stretta tra le braccia
fatta di speranza, fatta di carne
vera, inverosimile
con mille nomi
ma sempre senza nome
nata,
non nata
amata nelle sue due foreste.


venerdì 27 giugno 2014

CANTO DI BALQIS FIGLIA DI LILITH da Il ritorno di Lilith di Joumana Haddad

CANTO DI BALQIS FIGLIA DI LILITH

Io, regina di Saba,
saggia tra i sapienti, scivolata tra i distratti,
Salomone ha inviato un’upupa a rapirmi.
A lui, prima di me, è giunto il mio profumo
E le mie sabbie mobili lo hanno catturato,
ma non volle addolcire le mie mura.
Io, amazzone coraggiosa:
la lavanda mi annuncia e mi inseguono i cervi.
Domino il mio regno con giustizia
uomini e demoni soggiogo
punisco i sazi per nutrire i miei amanti affamati.
Mio è l’amo del sogno e della veglia
mie le armi degli eserciti, in me è il loro rifugio
Io, la deliziosa eletta
dalla voce di zucchero e tenebre
torno per dare l’anello a Salomone
e riprendere il mio trono.

___________________ da Il ritorno di Lilith di Joumana Haddad

Ph. Rosie Hardy

(f.g)

lunedì 19 maggio 2014

JOUMANA HADDAD - IL RITORNO DI LILITH

martedì 29 aprile 2014

ALBERO AZZURRO di JOUMANA HADDAD

lunedì 10 marzo 2014

“GENESI” di Joumana Haddad

“GENESI” non come a loro piace pensare sia accaduto di Joumana Haddad da Superman è arabo

____________________La fine è il punto da cui noi iniziamo.

____________________THOMAS STERN ELIOT


... E fu sera e fu mattina: sesto giorno. E Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla Terra». E creò l’Uomo. E lo chiamò Adamo. Poi vide ciò che aveva fatto e pensò che era cosa buona...




A parte per un problema. L’Uomo era immortale. E, per questo, infelice. Perché a Dio, che è eterno, a dir poco, non era venuto in mente che l’Uomo aveva bisogno di confini. E ne aveva bisogno, eccome. Per questo Dio si accomodò su un enorme masso (lo stesso che aveva creato il primo giorno) e si mise a riflettere sul problema. «Gli animali non sono forse abbastanza? E così le piante, le montagne e i fiumi? Cos’altro devo fare per levarmi di torno questa creatura irritante?»





Allora Dio, proprio come Archimede, ebbe il suo momento di illuminazione, il suo “Eureka!”. Avrebbe dato all’Uomo la Morte. E Dio creò le sigarette, gli incidenti stradali, i terremoti e altre seccature che glielo togliessero di torno. Poi vide ciò che aveva fatto e, ovviamente, pensò che era cosa buona...

A parte per un secondo problema. L’Uomo era insopportabilmente arrogante. Perché a Dio, che è l’Unico e Solo, a dir poco, e tale voleva rimanere, non era venuto in mente che l’Uomo aveva bisogno di rendersi conto dei suoi limiti. E ne aveva bisogno, eccome. Così Dio si tuffò in un profondo mare blu (lo stesso da lui creato il secondo giorno) e tornò a riflettere sul problema. «Gli animali, le piante, le montagne, i fiumi e la Morte non sono forse abbastanza? Cos’altro devo fare per levarmi di torno questa creatura fastidiosa?»




Allora ebbe un secondo momento di illuminazione, un secondo “Eureka!”. Avrebbe dato all’Uomo la consapevolezza di se stesso. E Dio creò gli specchi. Poi vide ciò che aveva fatto e, ovviamente, pensò che era cosa buona...




A parte per un terzo problema. L’Uomo era gravemente depresso. Perché a Dio, allegro e ottimista come Bugs Bunny, a dir poco, non era venuto in mente che l’Uomo aveva bisogno di un po’ di conforto. E ne aveva bisogno, eccome. Così Dio si mise a passeggiare sulla luna (la stessa da lui creata il terzo giorno) e tornò a riflettere sul problema. «Gli animali, le piante, le montagne, i fiumi, la Morte e gli specchi non sono forse abbastanza? Cos’altro devo fare per levarmi di torno questa creatura scontrosa?»
Allora Dio ebbe un terzo momento di illuminazione, un terzo “Eureka!”. Avrebbe dato all’Uomo la consolazione chimica. E Dio creò il Prozac. Poi vide ciò che aveva fatto e, ovviamente, pensò che era cosa buona...




A parte per un quarto problema. L’Uomo si annoiava. Perché a Dio, soddisfatto di sé e autosufficiente, a dir poco, non era venuto in mente che l’Uomo aveva bisogno di un po’ di svago. E ne aveva bisogno, eccome. Così Dio si mise a cavalcare una zebra (la stessa da lui creata il quarto giorno) e tornò a riflettere sul problema. «Gli animali, le piante, le montagne, i fiumi, la Morte, gli specchi e il Prozac non sono forse abbastanza? Cos’altro devo fare per levarmi di torno questa creatura piagnucolosa?»
Allora Dio ebbe un quarto momento di illuminazione, un quarto “Eureka!”. Avrebbe dato all’Uomo qualcosa con cui giocare. Così Dio prese un altro pezzo di fango dalla terra (non troppo grande, purtroppo), lo modellò a forma di tubo e, previdente, glielo attaccò tra le cosce, dove sarebbe stato, diciamo, a “portata di mano”. E Dio creò il pene dell’Uomo. Poi vide ciò che aveva fatto e, ovviamente, pensò che era cosa buona...

A parte per un quinto problema. L’Uomo era solo. Perché a Dio, che era un appassionato di piaceri solitari, a dir poco, non era venuto in mente che l’Uomo aveva bisogno di compagnia. E ne aveva bisogno, eccome. E lo stava facendo arrivare alle orecchie irritabili di Dio piuttosto chiaramente, sospirando di notte, brontolando di giorno, lamentandosi ventiquattro ore su ventiquattro. Era insopportabile. Così Dio si sedette sotto un fico (lo stesso da lui creato il quinto giorno) e tornò a riflettere sul problema. «Gli animali, le piante, le montagne, i fiumi, la morte, gli specchi, il Prozac e il pene non sono forse abbastanza? Cos’altro devo fare per levarmi di torno questa creatura esasperante?»
Allora Dio ebbe un quinto momento di illuminazione, un quinto “Eureka!”. Avrebbe dato all’Uomo, e al suo pene, qualcuno con cui giocare. Qualcuno cui dare ordini. Qualcuno da guardare dall’alto in basso. Qualcuno che lo servisse. Qualcuno da usare e di cui abusare. Perciò Dio, il settimo giorno, invece di riposare come aveva pensato di fare, fece un ultimo sforzo e creò la Donna. La creò dalla terra proprio come aveva fatto con l’Uomo. E la chiamò Lilith. Poi vide ciò che aveva fatto e, datole le curve e tutto il resto, ovviamente, pensò che era cosa buona...




A parte per un ultimo enorme problema. Lilith non risultò un giocattolo come nelle intenzioni. O, quanto meno, venne fuori il progetto fallito di un giocattolo. Era una femmina indipendente e forte che non accettava le stronzate dell’Uomo (e nemmeno quelle di Dio, se per questo). Era una “compagna” e non le piaceva essere trattata come un accessorio. Così dopo averne avuto abbastanza di stupidi e gratuiti “fai questo e quest’altro”, decise di lasciare il cosiddetto Paradiso per un luogo più interessante. Scese sulla Terra. E cominciò a procreare.




Ma poi l’Uomo riprese a piagnucolare e a lamentarsi per la solitudine. Così Dio fece un secondo tentativo di Donna. Questa volta, però, per assicurarsi che lei fosse obbediente e remissiva, ebbe l’idea geniale di crearla da una costola dell’Uomo: una piccola parte dell’intero maschio. Così non avrebbe potuto non essere docile verso il suo “signore”. E così fu creata Eva.

... E da quell’istante, fu la fine per l’Uomo e la Donna, e l’inizio di un assurdo caos chiamato “conflitto di genere”.




(f.g)



Foto Sebastião Salgado 

lunedì 24 febbraio 2014

da SUPERMAN E' ARABO di Joumana Haddad

da SUPERMAN È ARABO di Joumana Haddad
incipit del racconto "Il cattivo, il brutto e il perverso"

_________________________«Il sesso è sporco?»
_________________________«Solo se è fatto bene.»
_________________________WOODY ALLEN

Il nostro vicino era un esibizionista. Era vecchio, cadente e disgustoso, e ogni volta che, di ritorno da scuola, mi incontrava sulle scale, si apriva l’accappatoio (era sempre in accappatoio, per qualche ragione misteriosa) e mi mostrava il suo pene rugoso. «Su, toccalo. Lo so che ti piace» mi diceva ogni volta, prima che scappassi in casa nostra. Quello fu il primo pene che vidi in vita mia. Non il massimo come introduzione all’anatomia degli uomini, di certo non la più gradevole per una bambina. Il suo arnese era brutto e la situazione squallida. Deve essere stato quello il motivo per cui, divenuta sessualmente attiva, stringevo forte gli occhi ogni volta che mi trovavo in compagnia di un uomo nudo. Volevo evitare quella vista a ogni costo. Sentire ma non vedere. Era semplice istinto di sopravvivenza: “Evita la delusione e la nausea, ragazza”. Non riuscivo nemmeno a costringermi a sfiorarlo con la mano. Semplicemente mi disgustava. Mi ci volle un bel po’ di tempo e tanto coraggio per “prendere il toro per le corna”. Ma quando infine lo feci, scoprii che non era poi così terribile. Piuttosto, il contrario.

(f.g)


INCIPIT...OGNI INIZIO E' UN ATTO CREATIVO

lunedì 23 dicembre 2013

Albero azzurro _____ Joumana Haddad

Albero azzurro _____ Joumana Haddad










Quando i tuoi occhi incontrano la mia solitudine
il silenzio diventa frutto
e il sonno tempesta
si socchiudono porte proibite
e l'acqua impara a soffrire.

Quando la mia solitudine incontra i tuoi occhi
il desiderio sale e si spande
a volte marea insolente
onda che corre senza fine
nettare che cola goccia a goccia
nettare più ardente che un tormento
inizio che non si compie mai.

Quando i tuoi occhi e la mia solitudine si incontrano
mi arrendo nuda come la pioggia
e nuda come un seno sognato
tenera come la vite che matura il sole
molteplice mi arrendo
finché nasca l'albero del tuo amore.

Tanto alto e ribelle
Tanto alto e tanto mio
Freccia che ritorna all'arco
Palma azzurra piantata nelle mie nuvole
Cielo crescente che niente fermerà.

(f.g)

venerdì 25 ottobre 2013

da HO UCCISO SHAHRAZAD di Joumana Haddad

da HO UCCISO SHAHRAZAD di Joumana Haddad

«I libri possono essere veramente pericolosi. I migliori dovrebbero essere etichettati: “Questo può cambiarti la vita”» (Helen Exley). Non so come una dodicenne possa leggere un libro “pericoloso” come Justine e uscirne “sana e salva”. Non so neanche come una ragazza possa passare da Balzac a De Sade senza cadere nell'immenso abisso che li separa. In breve, non so come io sia uscita indenne da questo scontro brutale (ma ne sono uscita veramente indenne?). Quello che so è che mi ha cambiato la vita. Mi piace ricordarlo come un “battesimo sovversivo”.
Un libro alla volta, una lettura alla volta e un confronto alla volta, il marchese de Sade ha invaso i miei pensieri. Mi ha preso per le spalle, mi ha guardato dritto negli occhi e mi ha detto: «La tua immaginazione è il tuo regno. Tutto è permesso nella tua mente. TUTTO è possibile. Apri le finestre, non aver paura di trasgredire, né di avere allucinazioni».
Quel giorno il Marchese mi liberò da alcune delle mie manette mentali. Ugualmente hanno fatto altri autori che scrivevano con la stessa sfida e insolenza. Per farla breve: divenni “corrotta”.
Senza alcuna possibilità di ritorno.

(f.g)

sabato 7 settembre 2013

da HO UCCISO SHAHRAZAD di JOUMANA HADDAD

da
HO UCCISO SHAHRAZAD di JOUMANA HADDAD

Una donna araba
che legge il marchese de Sade

I libri sono l’unico posto al mondo in cui due sconosciuti
si possono incontrare intimamente.
MAY ZIADEH, poetessa e saggista libanese (1886-1941)

Sono sempre stata quella che, con disapprovazione o simpatia, chiameresti una “cattiva ragazza”. Il ricordo più vivido che ho di me stessa da piccola è quello di una bambina insaziabilmente curiosa che aspettava con impazienza che i propri genitori uscissero di casa per porre una sedia davanti all’immensa libreria di papà, salirci sopra e afferrare quello che si nascondeva sui ripiani più alti. Durante l’infanzia pensavo che due fossero le cose che valeva la pena fare quando restavo da sola: leggere e toccarmi. Entrambe le azioni necessitavano di solitudine per essere totalmente godute.

Mia madre ama ricordare tre immagini della mia infanzia che ritiene particolarmente rappresentative del mio carattere. A poche ore dalla nascita, lei dice che avevo già gli occhi aperti e guardavo con ingordigia il mondo attorno. Le infermiere le assicurarono che raramente avevano visto un neonato così attento e “affamato” di ciò che lo circondava.

La seconda immagine è legata, sin dai nove mesi, alla resistenza che opponevo a fare cose contro la mia volontà: indossare lo stretto cappotto rosso che m’impediva i movimenti o bere latte quando non ne avevo veramente voglia. Si racconta che fossi solita graffiare, mordere e anche sputare, per difendermi.
Poi c’è un’ultima strana immagine. Prima ancora che imparassi a camminare, ogni volta che mia madre doveva uscire e non c’era nessuno che potesse badare a me, mi metteva su una piccola sedia, posta su un tavolo alto. Mi lasciava lì, sola, sicura che non mi sarei mossa. Era certa che fossi consapevole che, muovendomi da lì, mi sarei fatta molto male. E così tornava e mi trovava esattamente come mi aveva lasciata, seduta tranquilla sulla sedia di legno, sana e salva, molto probabilmente intenta a sognare la mia strada verso il mondo.

Insaziabile, insubordinata e consapevole: tre elementi essenziali della mia personalità, che non mi hanno mai abbandonato – credo di poterlo asserire senza rischiare di sembrare arrogante o autoindulgente. Non so se queste tre storie appartengano alla tendenza, tipicamente materna, di adulare i propri bambini, o alla verità. So però che quell’ingorda neonata dagli occhi verdi spalancati, quella ribelle di nove mesi che non accettava di essere forzata a fare qualcosa senza combattere con i denti e con le unghie, quella bimba che a un anno sapeva che a volte era meglio restare ferma per evitare lividi e danni, è oggi la stessa donna che ha scelto, passo dopo passo, contro la logica dei tempi e dei luoghi, di vivere una vita atipica.

Tuttavia, anche dal più fertile di tutti i terreni non crescerebbe un albero, se non vi si piantasse un seme. Qual era il mio seme? Qual era, ed è ancora, il mio più grande mentore in questo continuo viaggio?
Un complice onnipotente chiamato Letteratura

(f.g)

domenica 1 settembre 2013

da HO UCCISO SHAHRAZAD di Joumana Haddad

da
HO UCCISO SHAHRAZAD di Joumana Haddad

«Le storie accadono solo a chi sa raccontarle» (Paul Auster). Ma, per provare a raccontarti alcune delle mie storie e riflettere su cosa significa realmente essere una donna araba oggi, ho prima bisogno di riassumere che cosa significa essere arabo.

Essere arabo oggi implica in primo luogo – senza generalizzare – padroneggiare l’“arte della schizofrenia”.
Perché? Perché essere arabo oggi significa dover essere un ipocrita. Significa non poter vivere e pensare quello che realmente vivi e pensi con onestà, spontaneità e innocenza. Significa sdoppiarti, perché ti è proibito dire la nuda verità (e la verità è nuda, questo è il suo ruolo e questo è il suo potere), perché la maggior parte degli arabi si affida a una rete di confortanti bugie e illusioni. Essere arabo comporta che la tua vita e le tue storie devono essere represse, frenate e codificate. Devono essere riscritte per soddisfare i guardiani della “castità araba”, in modo che questi ultimi possano essere sicuri che il delicato “imene arabo” sia protetto dal peccato, dalla vergogna, dal disonore o dal difetto.

Gli oscurantisti si moltiplicano come funghi nella cultura araba; ovunque ci imbattiamo nelle loro ombre, su ogni questione. Le loro anime sono parassiti, così come i loro cuori, le loro menti e i loro corpi. Possono sopravvivere solo come zecche. La loro attività è distorcere e opprimere qualsiasi cosa libera, bella o creativa che sia sfuggita alla loro ipocrisia e superficialità. Ovunque riescono a risplendere la libertà, la creatività e la bellezza, essi lanciano ondate di ostilità e risentimento, promuovono campagne di distorsione e menzogna, in modo da distruggere ciò che è sfuggito alla loro mediocrità.

(f.g)

venerdì 23 agosto 2013

HO UCCISO SHAHRAZAD di JOUMANA HADDAD

HO UCCISO SHAHRAZAD di JOUMANA HADDAD
Confessioni di una donna araba arrabbiata

Caro Occidentale,
permettimi di avvertirti fin dall’inizio: non sono nota per essere una persona che semplifica la vita agli altri. Se sei dunque qui alla ricerca di verità che già credi di conoscere e di prove che già credi di possedere, se vuoi sentirti confortato riguardo al tuo punto di vista “orientalista” o rassicurato nei tuoi pregiudizi antiarabi, se ti aspetti di ascoltare l’infinita ninnananna dello scontro di civiltà, è meglio che tu non vada oltre. Infatti, con questo libro farò l’impossibile per “deluderti”. Proverò a disincantarti e a privarti di una parte importante delle tue chimere e delle tue opinioni prefabbricate. Come? Bene, semplicemente dicendoti che:
nonostante sia una cosiddetta “donna araba”, io e tante altre donne come me vestiamo come ci piace, andiamo dove desideriamo e diciamo quello che vogliamo.
Nonostante sia una cosiddetta “donna araba”, io e tante altre donne come me non siamo velate, suddite, analfabete, oppresse e, certamente, non sottomesse.
Nonostante sia una cosiddetta “donna araba”, nessun uomo impedisce a me, e a tante altre donne come me, di guidare una macchina, una moto, un camion (e anche un aeroplano!).
Nonostante sia una cosiddetta “donna araba”, io e tante altre donne come me abbiamo un alto livello d’istruzione, una vita professionale attiva e un reddito superiore a quello di molti uomini arabi (e occidentali) che conosciamo.
Nonostante sia una cosiddetta “donna araba”, io e tante altre donne come me non viviamo in una tenda, non andiamo sul cammello e non sappiamo ballare la danza del ventre (non ti offendere se appartieni al “gruppo degli illuminati”: qualcuno ha ancora questa immagine di noi, nonostante il mondo globalizzato del XXI secolo).
Infine, nonostante sia una cosiddetta “donna araba”, io e tante altre donne come me assomigliamo molto a... TE!

(f.g)


INCIPIT...OGNI INIZIO E' UN ATTO CREATIVO

mercoledì 21 agosto 2013

SONO COSI' di Joumana Haddad

SONO COSI' di Joumana Haddad

Sono così
non ho tempo per i rimpianti
gioco con i destini, mi annoio facilmente
prometto e non mantengo.
Inutile cambiarmi:
La certezza mi e’ estranea
per l’imbarazzo dell’amore
per l’immaginazione
perché sono devota
solo all'indolenza.
Imprevedibili i miei appuntamenti
sono una fuga prima del tempo
un sole che non basta
una notte che mai si schiude
sono impetuosi sussulti tra la sete e il dissetarsi.
Sono così, un silenzio per raccogliermi,
un lento terrore per disperdermi,
un silenzio e un terrore per curare una crudele memoria
non c’è luce che possa guidarmi:
Possiedo solo i miei peccati.

(f.g)

lunedì 5 agosto 2013

...LILITH TORNERA'

...LILITH TORNERA'


Il meglio di "Versi e prose in piena Libertà": IL RITORNO DI LILITH di Joumana Haddad
ilmeglioversieproseinliberta.blogspot.com
«Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati» «Dove andiamo?» «Non lo so, ma dobbiamo andare» Jack Kerouac

IL RITORNO DI LILITH di Joumana Haddad

 

  IL RITORNO DI LILITH di Joumana Haddad



  Alle sette donne che vivono in me

       
       Gatti selvatici s’incontreranno con iene,


  i satiri si chiameranno l’un l’altro


  lì sosterà anche Lilith


  lì troverà tranquilla dimora


  Isaia 34:14

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"Versi e prose in piena Libertà" il blog: IL RITORNO DI LILITH di Joumana Haddad

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