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sabato 8 novembre 2014

Da I CENTO LIBRI - Che rendono più ricca la nostra vita di Piero Dorfles

Da I CENTO LIBRI - Che rendono più ricca la nostra vita
di Piero Dorfles


L’UTOPIA NEGATA

L’utopia, lo dice l’etimologia della parola, è un luogo, un paese, qualcosa che non esiste. I grandi racconti utopistici, dall’antichità a oggi, hanno rappresentato mondi e società perfetti, che infatti non hanno riscontro nella realtà. Nell’ultimo secolo, e ancora oggi, si è affermato invece un genere letterario che descrive utopie negative, distopie, mondi che vorrebbero essere perfetti, ma rappresentano la peggiore degenerazione dello stato etico e dei totalitarismi più brutali.
C’è da chiedersi perché alcuni tra i più importanti libri del Novecento che descrivono utopie negative prendano ferocemente di mira la degenerazione comunista piuttosto che i totalitarismi fascisti. Il fatto è che i princìpi su cui si fondano i fascismi, dietro una verniciatura di modernismo e di populismo, sono quelli dell’intolleranza, del razzismo, del machismo e del bellicismo. Mentre quelli del comunismo sono quelli della tolleranza, dell’egualitarismo e della solidarietà sociale. I fascismi, in fondo, hanno tradito solo la loro aspirazione all’efficientismo e alla modernizzazione, mentre i regimi comunisti hanno tradito il senso profondo di un’aspirazione umanitaria alla giustizia sociale. Ecco perché quello è il quadro in cui si ambientano i più significativi racconti distopici, o antiutopistici. Quelli che, ricordando che le utopie positive sono per definizione irrealizzabili, ci mettono in guardia dalla tragica degenerazione che ha caratterizzato la storia di tutte le utopie, fasciste e comuniste.

giovedì 18 settembre 2014

Da I CENTO LIBRI che rendono più ricca la nostra vita di PIERO DORFLES

Da I CENTO LIBRI che rendono più ricca la nostra vita
di PIERO DORFLES

RAY BRADBURY
Fahrenheit 451

In fondo, la cosa meno plausibile, di Fahrenheit 451, è la conclusione, con i suoi uomini-libro. L’idea che in un futuro i libri proibiti sopravvivano nella memoria degli uomini, che ogni uomo libero diventi un libro, è suggestiva ma poco convincente. Nell’insieme, però, è un’opera di grande tenuta logica, e la società che descrive suona drammaticamente simile a quella attuale.
Fahrenheit 451 è uscito nel 1951, e quindi vent’anni dopo il Mondo nuovo di Huxley. Ma anche qui c’è una società appiattita, una forma di governo totalitaria: è proibito leggere e chi ha un comportamento anomalo viene redarguito o direttamente eliminato. Guy Montag, il protagonista, è un vigile del fuoco. Ma nel mondo di Fahrenheit 451 le case non possono prendere fuoco da sole, sono ignifughe. Se bruciano è perché contengono dei libri e i pompieri vengono con i lanciafiamme per bruciare i libri – che prendono fuoco a 451 gradi Fahrenheit – e già che ci sono anche le case che li contengono e i loro proprietari. La notte della città è illuminata da grandiosi incendi, affascinanti ammonimenti a mantenersi nella normalità. Le persone asociali – quelle che nascondono libri – sono individuate dai segugi meccanici, terribili cani-robot che anestetizzano e consegnano alla giustizia i devianti.
La vita è di una piattezza allucinante. La moglie di Montag, come tutte le sue amiche, passa la giornata davanti a enormi schermi televisivi che abbracciano tutto il salotto guardando programmi che prevedono una forma di elementare interattività per coinvolgere gli spettatori. La progressiva presa di coscienza di Montag nasce con il furto di alcuni dei libri che avrebbe dovuto bruciare e con l’incontro con una ragazza, che coglie in lui una particolare sensibilità: «Quando ho detto non so più cosa sulla luna, tu hai guardato la luna. Gli altri non farebbero mai così», gli dice. E la genuina originalità della ragazza fa nascere in Montag un desiderio di cambiamento e il bisogno di una vita diversa.
Un altro incontro importante è quello con un vecchio professore, che spiega a Montag il valore dei libri: importanti non perché necessariamente ispirati alla realtà, ma perché toccano la vita, hanno sostanza, ci danno il diritto di agire in base a ciò che apprendiamo. In fondo anche i programmi televisivi potrebbero avere sostanza, ma invece sono artificiosamente vuoti. «Chi mai è riuscito a strapparsi dall’artiglio che vi imprigiona quando mettete piede nel salotto tv?»
Un po’ come accade nel Mondo nuovo, sarà il suo capitano a spiegare a un Montag sull’orlo della ribellione, in un drammatico colloquio, il senso del nuovo ordine sociale. «Un tempo i libri si rivolgevano a un numero limitato di persone», racconta, «che potevano permettersi di essere differenti.» Ma con l’aumento della popolazione i libri sono diventati più brevi e sbrigativi, si sono abbassati a un livello minimo, fino a sparire del tutto. A causare la loro sparizione sono stati la legge del mercato e la tecnologia: i libri non li voleva più nessuno. Solo allora sono stati vietati, per evitare che si tornasse indietro, a un mondo di consapevolezze e di dubbi, di libertà e di insicurezza. «Non è stato il governo a decidere; non ci sono stati in origine editti, manifesti, censure, no!» spiega il capitano. «Ma la tecnologia, lo sfruttamento delle masse e la pressione delle minoranze hanno raggiunto lo scopo, grazie a Dio! Oggi, grazie a loro, tu puoi vivere sereno e contento per ventiquattr’ore al giorno.» E intanto si preparano guerre spaventose.
L’orizzonte di Bradbury è tragico e apocalittico, ma mette in guardia contro una deriva che è tutt’altro che irrealistica. Che la tecnologia possa lentamente modificare il libro non solo nella forma, ma anche nella sostanza, non è affatto improbabile; che la televisione possa svuotarsi progressivamente di contenuti è nei fatti; che le scelte della maggioranza possano annullare le istanze di conoscenza e di pensiero critico delle minoranze colte è già opinione diffusa. Se c’è un’utopia negativa attuale e credibile è quella di Fahrenheit 451: un allarme che bisognerebbe tenere sempre a mente, perché il giorno che dovesse verificarsi, sia pure solo in parte, un’involuzione di quella portata, sarà troppo tardi per protestare. E il sogno degli uomini-libro, che salvano la conoscenza per un futuro meno orrendo, purtroppo è solo una fantasia letteraria.

Ph.: dal film Fahrenheit 451




Da I CENTO LIBRI che rendono più ricca la nostra vita di PIERO DORFLES

Da I CENTO LIBRI che rendono più ricca la nostra vita
di PIERO DORFLES

________ PREMESSA DELL'AUTORE

Ho ordinato per raggruppamenti tematici i cento libri che fanno parte dell’elenco (che è anche il sommario del volume). Un elenco che ho stilato in seguito all’invito di molti radioascoltatori e telespettatori – soprattutto insegnanti – che hanno seguito le trasmissioni sui libri alle quali ho partecipato nel corso degli anni e mi hanno chiesto quali sono quelli che non si può non aver letto.
Non si tratta di un «canone» personale; non ho preteso cioè di stabilire quali sono, per me, i libri più importanti della storia della letteratura. Non ho la presunzione di essere in grado di fare una scelta di tale portata. Né è un elenco completo dei libri che vale davvero la pena leggere, perché da un lato ho omesso quelli che quasi tutti leggono a scuola e quindi fanno già parte di un patrimonio letterario da tutti riconosciuto, dall’Iliade ai Promessi sposi, dall’Eneide ai Malavoglia e al Don Chisciotte; e dall’altro ho limitato gli autori viventi a quelli che il tempo e la fama hanno consacrato oggettivamente come dei classici. Si tratta piuttosto della personalissima e discutibilissima selezione dei cento libri che oggi, in Italia, a mio avviso, è bene aver letto perché sono entrati a far parte dell’immaginario letterario collettivo; quelli che permettono di stabilire un contatto con gli altri lettori perché rappresentano un patrimonio comune ineludibile. Sono quei libri che – alle volte al di là del loro effettivo valore letterario – potete sentir citare in un discorso, in un saggio, in una chiacchiera da bar, in un articolo, e che possono essere necessari per capire di cosa si sta parlando. So di aver fatto una scelta soggettiva, che si tratta di un esercizio imperfetto e contestabile; ma spero lo stesso che abbia una sua utilità. E spero mi si perdonerà l’ardire, perché chiunque stili un elenco compie una scelta che sfiora la presunzione. Che mi si perdonerà anche l’imprecisione, visto che i titoli sono 101, perché ho aggiunto, ai libri citati, un racconto. E spero mi si perdoneranno anche i raggruppamenti tematici, che sono per forza di cose arbitrari: ogni buon libro parla tanto dell’avventura che dell’io, della ragione e del desiderio, della formazione e della solitudine. Ma un ordine ci voleva, e ho cercato quelli che mi sono parsi i temi dominanti. Tutto qui.
Immagino che, tra i miei quindici lettori, ci sarà subito chi obietterà: ma non c’è Faulkner, non c’è Verga, non c’è McEwan. Sì, è vero, e probabilmente sono io che sbaglio. Ma il fatto è che di questi autori, al bar, di solito non si parla.

________ (Incipit) L’UTOPIA NEGATA

L’utopia, lo dice l’etimologia della parola, è un luogo, un paese, qualcosa che non esiste. I grandi racconti utopistici, dall’antichità a oggi, hanno rappresentato mondi e società perfetti, che infatti non hanno riscontro nella realtà. Nell’ultimo secolo, e ancora oggi, si è affermato invece un genere letterario che descrive utopie negative, distopie, mondi che vorrebbero essere perfetti, ma rappresentano la peggiore degenerazione dello stato etico e dei totalitarismi più brutali.
C’è da chiedersi perché alcuni tra i più importanti libri del Novecento che descrivono utopie negative prendano ferocemente di mira la degenerazione comunista piuttosto che i totalitarismi fascisti. Il fatto è che i princìpi su cui si fondano i fascismi, dietro una verniciatura di modernismo e di populismo, sono quelli dell’intolleranza, del razzismo, del machismo e del bellicismo. Mentre quelli del comunismo sono quelli della tolleranza, dell’egualitarismo e della solidarietà sociale. I fascismi, in fondo, hanno tradito solo la loro aspirazione all’efficientismo e alla modernizzazione, mentre i regimi comunisti hanno tradito il senso profondo di un’aspirazione umanitaria alla giustizia sociale. Ecco perché quello è il quadro in cui si ambientano i più significativi racconti distopici, o antiutopistici. Quelli che, ricordando che le utopie positive sono per definizione irrealizzabili, ci mettono in guardia dalla tragica degenerazione che ha caratterizzato la storia di tutte le utopie, fasciste e comuniste.

(f.g)


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