mercoledì 8 gennaio 2014

"Sei donna, ti posso uccidere" di Antonella Lucchini

"Sei donna, ti posso uccidere" di Antonella Lucchini




Amo il colore viola. Ha le stesse sfumature del mio carattere. Sarà per questo che lui me lo ha spalmato sul corpo, in qualche
occasione, perché sapeva che era il mio colore preferito. Solo che sulla pelle assume poi una colorazione tra il verde e il giallo che non è più viola, ma ha il colore delle ecchimosi. Se poi si mischia al 
rosso sangue, lo detesto.
La prima volta fu dopo qualche mese che ci frequentavamo. Eravamo in un pub. 
Risposi sorridendo al saluto di un mio ex-compagno di facoltà.
“Ma che fai?” – mi disse strattonandomi per un braccio.
“Ho salutato Davide, un ex-compagno di università! Ma che ti prende? Non sarai geloso di un saluto ad un vecchio amico?”
Mi chiese scusa, mostrandosi molto provato dal suo gesto. 
Il resto della serata trascorse senza problemi o scenate di gelosia.
Appena saliti in macchina la mia faccia sbatté contro il suo pugno. Lo guardai atterrita, e convinta che uno sconosciuto avesse preso le sue sembianze.
“Sei impazzito? Ma perché?”
“Non  mi piace che tu faccia la puttana!”
“Perché ho salutato Davide? Ancora? Abbiamo studiato insieme per 5 anni, perché non avrei dovuto salutarlo, scusa?”
“Non perché l’hai salutato, ma perché gli hai sorriso ammiccando!”
“Tu hai bevuto troppo! Era un semplice sorriso. Portami a casa subito! E non farti più vedere! Non ci sto con uno che mena!
Partì sgommando. Nel tragitto fino a casa mia scodinzolò e mi chiese scusa ripetutamente, con le lacrime agli occhi. Mi confessò che non mi aveva detto una cosa importante su di lui. Soffriva del disturbo bipolare e sia il litigio nel pub sia il colpo al viso facevano parte della fase maniacale che stava attraversando.
Restai piuttosto sconvolta dalla notizia. Perché tacermi una cosa simile?
Avevo il diritto di sapere che era affetto da quella patologia, per potermi meglio relazionare con lui e per decidere se era il caso di continuare a vederci ancora. Si trattava di un disturbo molto serio e molto complicato da gestire.
Gli dissi che avrei avuto bisogno di qualche giorno per rendermi conto di tutta la questione. Disse che comprendeva benissimo. Cercò di baciarmi ma io mi ritrassi 
e scesi dalla macchina in tutta fretta. Se ne andò lasciando sulla strada buona parte delle gomme.
Mi addormentai a fatica e quando stavo finalmente per prendere sonno mi arrivò un sms. Era lui: Amore scusami per stasera, non so come farmi perdonare. Lo so avrei dovuto dirtelo. Ti amo. Non lasciarmi.
Ti amo? - Pensai tra me e me -  Ma se non ce lo siamo mai detti!
Non risposi e spensi il cellulare.
La mattina dopo, mentre facevo colazione lo riaccesi e fui inondata da una marea di messaggi in sequenza, 10 per la precisione. Il tono era sempre quello del primo: era affranto, disperato, non si riusciva a perdonare. Gli risposi, inviandogli un sms laconico, ripetendogli che avevo bisogno di qualche giorno di tempo per riflettere.
Interpellai una psicologa, amica di mia madre, per chiedere delucidazioni ed informazioni sulla patologia di cui soffriva Edoardo. In particolare, le chiesi come mai non mi ero accorta di nulla fino ad allora. Mi spiegò che probabilmente fino a prima di quella sera era stato nel periodo eutimico, quello in cui si raggiunge un certo equilibrio, e poi, improvvisamente come molto spesso succede, era subentrata la fase maniacale. Si premurò di mettermi in guardia.

A volte, se contrastati o contraddetti mentre si trovano nella fase maniacale, alcuni malati diventano aggressivi e addirittura violenti. Questo era sicuramente il caso di Edoardo.
Non sapevo che fare.
Nei due giorni successivi il colloquio con la psicologa, lui mi tempestò di telefonate e messaggi. Se spegnevo il telefono, appena lo riaccendevo mi arrivavano raffiche di messaggi e di notifiche di chiamate perse. Un incubo.
Decisi di parlargli.
Scelsi il parco cittadino, come luogo per l’incontro, perché c’era sempre movimento; mi sentivo in qualche modo protetta.
Trovai Edoardo piuttosto tranquillo (era la fase depressiva? Un ennesimo periodo eutimico?) Ci sedemmo su una panchina non troppo isolata e gli spiegai che, anche se a malincuore, avevo deciso di interrompere il nostro rapporto (che durava da pochi mesi) perché non mi sentivo in grado di gestire i suoi sbalzi di umore. Io stessa mi ritrovavo a combattere col mio carattere difficile, irrequieto, lunatico; non ero certo la persona più indicata per stargli vicino.
“E l’amore?” – mi chiese.
“Mi sembra siamo entrambi concordi sul fatto che non è scattata una gran scintilla, che stiamo bene insieme ma l’amore latita. Questo discorso ce lo siamo ripetuti anche qualche giorno fa ricordi?”
“Mi sembra tu sia molto, troppo sbrigativa. Ha già trovato qualcun altro, la puttana!”
“Piantala di usare questi toni con me! Non ho trovato nessuno, non cerco nessuno! Non trovo stimoli per stare con te, tutto qui. Non me la sento di proseguire un rapporto con una persona complicata, anche se certo non per colpa sua.”
Sorrise. Cosa mi sarei dovuta aspettare adesso?
“Ma ti capisco sai? Anzi, credo che sia la cosa migliore, soprattutto per me. In fondo, un uomo della mia estrazione sociale, col mio patrimonio economico, etico e fisico avrebbe solo da perdere a stare con una come te. E tu, ti troveresti sempre fuori posto negli ambienti che frequento, faresti una pessima figura e la faresti fare in particolare a me!”
Ricordandomi delle parole della psicologa, gli diedi assolutamente ragione.
“Allora, salutiamoci da amici.”Mi si avvicinò per baciarmi. Mi strinse le braccia con le mani con una tale forza che pensai me le spezzasse.
“Sei una fallita, una poco di buono.” Non  risposi per non peggiorare la situazione. Lui mi baciò sulla guancia e se ne andò.
Rimasi seduta ancora per un po’. Le braccia mi dolevano parecchio ma quel dolore mi convinse che avevo fatto la scelta migliore. Mi avviai verso casa serena.
Non ricevetti più telefonate né sms da lui. 
Passò all'azione punitiva di persona.
Una settimana dopo che ci eravamo lasciati, cominciai a vederlo passare in macchina davanti a me ogni volta che uscivo dal lavoro, senza guardarmi. 
Sistematicamente. Questo significava che mi aspettava,parcheggiato poco distante, e quando uscivo si faceva vedere. Si appostava.
Andò avanti per circa una decina di giorni. Questo suo atteggiamento mi provocava ansia; ogni volta che uscivo dal lavoro temevo di trovarmelo davanti aggressivo. Mi ero messa anche a guardare fuori dalle finestre di casa per paura di vederlo di sotto mentre fissava il mio appartamento.
D’accordo, era malato, ma era sufficiente per tollerare un simile comportamento?

Avevo anche pensato di rivolgermi alla polizia, ma cosa gli potevo dire? Che un mio ex transitava sempre davanti al mio ufficio quando ne uscivo? 
Fortunatamente cessò gli appostamenti.
E cominciarono le telefonate anonime, sul telefono fisso. Rispondevo e nessuno parlava. Era ovvio che fosse lui. Succedeva a intervalli irregolari. Potevano passare anche giorni tra una chiamata ed un’altra (non più di una al giorno). 
Quando pensavo che avesse smesso, e quindi tiravo un sospiro di sollievo, ricominciava: mi costruiva l’ansia volta dopo volta e questo era il suo scopo: molto lucido, direi, per un malato di mente.
A questo punto andai alla polizia. Spiegai degli appostamenti e delle telefonate anonime. Non mi presero molto sul serio. Visto che si era limitato solo a passarmi davanti in macchina, senza fare nulla di dannoso per la mia incolumità e che le telefonate erano sporadiche e non potevo essere certa che fosse lui, mi consigliarono di stare tranquilla. Se le chiamate fossero proseguite si sarebbe potuto mettere il telefono di casa sotto controllo. Mi fecero sentire una povera scema, anche un po’ visionaria. Possibile che non capissero che esistono ferite e crimini anche subdoli e meno appariscenti di una coltellata in pieno petto?
Le telefonate cessarono. Sapeva che ero andata alla polizia? Quindi mi seguiva?
Ormai vivevo nell'ansia, anche perché mi ero accorta che chi mi doveva proteggere non mi credeva.
Per un paio di settimane non successe più nulla. E cominciavo a respirare meglio, a sentirmi un po’ più rilassata, anche se il terrore di trovarmelo di fronte era sempre lì, sotto la cenere.
Una mattina, mentre uscivo di corsa per andare al lavoro, me lo trovai di fronte.
“Ciao Samantha”.
Mi spaventai a morte.
“Ciao…che paura mi hai fatto prendere” – avevo il cuore a mille.
“Scusa, non ti volevo spaventare. Avevo voglia di rivederti. Mi manchi molto”
“Mi spiace, ora non posso parlare, vado di fretta, sono in ritardo. Ma in ogni caso non avrei niente di diverso da dirti dell’ultima volta che ci siamo visti. Ciao”.
“Ci possiamo vedere una sera?” – mi chiese mentre mi allontanai per salire in macchina. Non risposi.
Dopo quel giorno ricominciarono gli appostamenti. Questa volta davanti a casa. 
Me ne accorsi un sabato mattina. Avevo aperto la finestra della cucina e lo vidi lì, dall'altra parte della strada, che mi fissava. Chiusi la finestra immediatamente. 
Mi ci appoggiai di schiena, prendendo fiato. Mi rigirai e lui era sparito. Come se avessi visto un fantasma,in pratica. Era subdolo. Fece così per qualche giorno ancora. Quando aprivo la finestra della cucina lo vedevo. Qualche minuto dopo spariva. Appena si accorgeva che lo vedevo, se ne andava. Era un esperto nel 
creare il panico, l’ansia, il terrore.
Decisi di chiamare la sorella.
“Ciao Vanessa, sono Samantha.”
“Ah, ciao. Sono sorpresa di sentirti, dopo quello che hai combinato a mio fratello.”
“L’ho solo lasciato. Sono cose che capitano. Non so cosa lui ti abbia detto, ma non mi sono sentita in grado di gestire lui e la sua malattia. Biasimami, se vuoi, ma questa è la realtà.”
“La sua malattia?? Di che stai parlando?”
“Come di cosa sto parlando? Del disturbo bipolare di cui soffre!”
“ Ma sei impazzita? Mio fratello è sano come un pesce! Che ti inventi?”
“Non mi invento nulla! Me lo ha confessato lui più di un mese fa!”
“No, guarda Samantha, o stai inventando tutto o lui ha voluto solo prenderti in giro.”
Non ebbi più la forza di proseguire la telefonata e ci salutammo.
Quindi il bastardo si era inventato tutto! Aveva studiato tutto in pochi minuti mentre tornavamo dal pub, quella sera, per giustificare tutta la persecuzione alla quale mi voleva sottoporre! Ma certo! Basta digitare “disturbo bipolare”  su Google e voilà ecco la trama della messinscena! Un ruolo recitato alla perfezione.
Non era malato di mente! Era lucidamente folle. Serve una mente molto lucida per pianificare una recita simile.
Ero fuori di me. Cosa si sarebbe inventato, a questo punto?
Mi strinse il cerchio intorno. Una sera me lo trovai sotto casa, davanti alla porta d’ingresso, mentre stavo rientrando.
“Che ci fai qui?” – mentre le gambe mi si stavano irrigidendo e il cuore mi scoppiava.
“So che hai parlato con mia sorella. Volevo scusarmi per la balla che ti ho detto. Non so nemmeno io perché.”
“Invece lo sai bene! Volevi avere una giustificazione per farmela pagare. Una scusa plausibile per punirmi, nella tua mente distorta dalla gelosia, inutile, tra l’altro, perché non ho nulla da farmi perdonare. Non voglio più trovarti in ogni angolo della mia vita. Piantala di seguirmi, di chiamare, di fare qualsiasi cosa. 
Altrimenti vado alla polizia e ti denuncio.”
“Mi denunci? E per cosa? Perché ogni tanto casualmente ci incontriamo? Per le telefonate anonime di cui non puoi dimostrare la provenienza?”
“Vattene!” – gli intimai ed entrai nell'androne, senza guardarlo. Mentre mi girai per chiudermi la porta dietro mi sentii afferrare per un braccio e mi ritrovai sbattuta contro il muro.
“Non ti permetto di trattarmi così! Chi credi di essere eh? Ti ho permesso di frequentare posti che tu, povera idiota della classe media, neanche ti saresti potuta sognare” – mi disse, appiattendomi col suo corpo alla parete. Mi stringeva entrambi i polsi con una mano; l’altra mi serrava la bocca, quasi soffocandomi. 
Sentivo il mio bacino schiacciato al suo, il suo membro rigido che mi spingeva. Io cercavo in qualche modo di divincolarmi. Lui mi tolse per una frazione di secondo la mano dalla bocca per darmi un ceffone che mi fece sanguinare il labbro. Forse la vista del sangue lo eccitò, perché mi sferrò un pugno sullo zigomo, che sembrò 
frantumarsi. Mi salvò il rumore dell’ascensore che stava scendendo.
“Non è finita qui! Ricordatelo”. 
Mi lasciai scivolare lentamente a terra. Ricordo una voce di donna che mi chiedeva come stessi e cosa era successo. Mi ripresi un po’ e le chiesi se poteva restare lì con me. Chiamai mia madre col cellulare.
Al pronto soccorso arrivò anche la polizia. L’aggressione si risolse solo con un’ordinanza restrittiva, grazie al fatto che Edoardo era incensurato. Questa è il massimo della giustizia, pensai. Mi sentii abbandonata a me stessa. Abbandonata da chi mi doveva proteggere e tutelare.
Non lo vidi più. Non si fece più sentire, in alcun modo.

Adesso sento freddo e braccia e gambe sono rigide, come marmo. Come quella sera. Quella sera la lama era fredda. Anche tutto il sangue che mi stava lasciando era freddo. 
Era una sera tersa d’inverno. Mi trovarono buttata via, su un sentiero vicino al fiume. Contarono 14 coltellate. Io ho contato i giorni. 21 giorni dopo le coltellate lo stalking viene riconosciuto reato.
Edoardo sta scontando la pena. Probabilmente tra un anno sarà ai domiciliari. Io invece tra un anno sarò ancora qui, col sapore di terra e la compagnia dei vermi.





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